Alberto Monetti Web Site

Annunci

9 luglio 2009 Posted by | Alberto Monetti | Lascia un commento

BRIGATE ROSSE: LE IDEOLOGIE

Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano “indicare il cammino per il raggiungimento del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia”. Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti “risoluzioni strategiche”, che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli.
I Brigatisti ritenevano non conclusa la fase della Resistenza all’occupazione nazifascista dell’Italia; secondo la loro visione all’occupazione nazifascista si era sostituita una più subdola “occupazione economico-imperialista del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali)”, a cui bisognava rispondere intraprendendo un processo di lotta armata che potesse scardinare i rapporti di oppressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale. Le Brigate Rosse hanno quindi sempre rifiutato la definizione di “organizzazione terroristica”, attribuendosi invece quella di “guerrigliera”.
Il Professor Giovanni Senzani nei comunicati ufficiali delle BR nonché sugli stendardi che servivano di sottofondo per le fotografie ai cosiddetti “prigionieri politici” faceva iscrivere la frase: “La rivoluzione non si processa!”[6].
L’ideologia brigatista si riconduceva a dire chi la propugnava ad una “incompiuta lotta di liberazione partigiana dell’Italia”; come i partigiani avevano liberato il popolo dalla dittatura nazifascista, le BR avrebbero liberato una volta per tutte il popolo dalla servitù alle multinazionali statunitensi.
Alla logica partigiana si ispiravano i soprannomi che i brigatisti utilizzavano per celare la vera identità, nonché la struttura verticale dell’intera organizzazione: gruppi di fuoco inquadrati in cellule, a loro volta raggruppate in colonne sotto l’egida della direzione strategica.
In alcuni gruppi dell’estrema sinistra maoista e marxista-leninista, in alcuni dei collettivi autonomi, si vedeva un nesso tra sindacalismo militante ed azione partigiana: era la risposta da dare alla “Strategia della tensione” instaurata in quegli anni dai – si diceva – “servizi segreti deviati, complici della C.I.A.”.
“Alzare il livello dello scontro!” era lo slogan che condiva questa visione della realtà. Ad esempio, Mario Moretti proveniva dalle file del sindacato (Cisl).
L’altra anima delle Brigate Rosse fu quella della contestazione studentesca, nella fattispecie quella sorta alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, cui appartenevano sia Renato Curcio che la moglie, Margherita Cagol.
Le Brigate Rosse operarono in Italia a partire dall’inizio degli anni settanta, attraverso una struttura politico-militare compartimentata e organizzata per cellule.
Compivano atti di “guerriglia urbana” e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale (uccisione, ferimento [7] o sequestro di numerosi uomini politici, magistrati e giornalisti).
Lo scopo dichiarato del piano brigatista era l’abbattimento dello “Stato Imperialista delle Multinazionali” (S.I.M.) e la sua sostituzione con una democrazia popolare espressione della dittatura del proletariato.

29 marzo 2009 Posted by | 1, Alberto Monetti, DOLO, POLITICA NAZIONALE, STRA, VIGONOVO | , , , | Lascia un commento

LEZIONI DA GABER: Libertà è, Democrazia è

LIBERTA’

DEMOCRAZIA

26 febbraio 2009 Posted by | Alberto Monetti | Lascia un commento

MILLS COLPEVOLE BERLUSCONI PROTETTO DAL LODO ALFANO

BERLUSCONI NON E’ PUNIBILE…….

DA: la Repubblica del 17/02/09

l Tribunale di Milano ha condannato l’avvocato per un bonifico di 600mila dollari
La tesi dei pm, accolta dalla corte, è che servirono a evitare due condanne a Berlusconi

“Mills fu corrotto dalla Fininvest”
al legale inglese 4 anni e 6 mesi

Di Pietro: “In un paese normale il premier si sarebbe già dimesso”. Forza Italia: “Giustizia politica”

<b>"Mills fu corrotto dalla Fininvest"<br/>al legale inglese 4 anni e 6 mesi</b>David Mills
MILANO – L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano. Il legale nel luglio del 2004 aveva raccontato ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Silvio Berlusconi. 

Successivamente, nel corso del dibattimento, Mills aveva poi parzialmente ritrattato quella versione cercando di discolpare il presidente del Consiglio. Il premier era in un primo momento imputato insieme all’avvocato, ma la sua posizione è stata stralciata in seguito all’approvazione del “Lodo Alfano” sull’impunità delle massime cariche dello Stato da parte del Parlamento, norma attualmente al vaglio della Corte Costituzionale. Mills è stato condannato a risarcire anche 250 mila euro alla parte civile Presidenza del Consiglio (paradossalmente al suo coimputato). I giudici hanno inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura perché valuti la testimonianza di Benjamin Marrache, uno dei testimoni nel processo. 

Anche se Berlusconi è al momento fuori dal processo, la sentenza di oggi getta comunque un’ombra pesante anche sul suo comportamento. Secondo il Tribunale, i 600mila dollari bonificati a Mills dalla Fininvest del ’98 sono serviti infatti a corrompere il legale inglese per testimoniare il falso – così come sostenuto dalla Pubblica accusa – in due processi che vedevano imputato l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian). 

“In un Paese normale – ha denunciato Antonio Di Pietro – il presidente del Consiglio avrebbe già rassegnato le sue dimissioni”. “Se Mills è stato condannato in quanto ‘corrotto’ – prosegue il leader dell’Idv – significa che abbiamo un corrotto, ma anche un corruttore. Ma si sa come vanno le cose in Italia rispetto agli altri paesi occidentali: in America, Obama ha mandato via i ministri che avevano avuto problemi con il fisco; in Italia, se corrompi un testimone, vai a fare il presidente del Consiglio”. 

Forza Italia accusa invece i giudici milanesi di aver pronunciato una sentenza “scontata, politica e a orologeria”. Commentando la condanna, la difesa dell’avvocato Mills ha lamentato che la presenza di Silvio Berlusconi come coimputato nel processo milanese ha impedito al collegio di giudici presieduto da Nicoletta Gandus un’attenta valutazione dei fatti. “E’ un processo – ha commentato polemicamente l’avvocato Federico Cecconi – che senza l’ombra dell’altro soggetto coimputato sarebbe stato esaminato in modo più sereno”. L’imputato ha limitato invece a definirsi “molto deluso”. 

18 febbraio 2009 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , , , | Lascia un commento

Marco Travaglio : le notizie censurate dalla stampa sullo scontro tra procure

27 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti | , , | Lascia un commento

MAMMA DICE CHE POSSO

26 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti | Lascia un commento

STATO D’ ALLARME NELL’ EDILIZIA SCOLASTICA A DOLO

IDV DENUNCIA: STATO D’ ALLARME NELL’ EDILIZIA SCOLASTICA A DOLO

 

Incredibile! L’amministrazione comunale di Dolo non rispetta le norme di edificabilità anche per il nuovo complesso scolastico.

Come si evince dal Verbale di deliberazione del Consiglio Comunale n. 46 del 19.07.2007 nella Riviera del Brenta tutto pare aggirabile: “Rilevato che parti delle opere previste non rispettano la distanza minima tra corpi di fabbrica prevista dall’articolo 35 del vigente regolamento edilizio “Caratteristiche edilizie di cortili, patii, lastrici solari e cavedi” secondo cui (comma 2): “La distanza tra corpi di fabbrica dello stesso edificio, limitatamente alla parte sovrapponibile, non deve essere inferiore all’altezza del corpo di fabbrica più alto, con un minimo di mt. 10,00, qualora le finestre riguardino locali abitabili, e a mt. 5,00 in ogni altro caso. Il distacco non viene computato nelle rientranze degli edifici qualora il rapporto tra profondità e larghezza sia inferiore a un terzo.”

Carta canta! Ma gli amministratori comunali non sembrano curarsi della gravità di simili provvedimenti e, confidando nel disinteresse generale, tirano dritti per la propria strada.

 

E’ quindi dovere dell’ IDV denunciare che l’ ITCS Lazzari, Istituto fucina del sapere nella Riviera del Brenta, viene abbandonato a se stesso-

L’istituto infatti ha dei problemi gravissimi quali:

– l’ amianto mai bonificato nelle intercapedini di muri in carton-gesso,

– la pioggia che entra nelle aule e nei corridoi rendendo l’ Istituto un acquitrino,

– problemi di riscaldamento e, la mancanza di spazi di incontro ove confrontarsi,

– problemi ai servizi igienici e agli impianti elettrici.

Nel frattempo però vengono sperperati sei milioni di euro per la sistemazione degli uffici del Liceo Scientifico e dell’ Istituto Musatti.

Anche in questa occasione ci rendiamo conto che i Nostri consiglieri comunali di destra e di sinistra, che all’ unanimità hanno votano quest’ opera non prioritaria, hanno più interesse a fornire uffici nuovi ai dipendenti amministrativi che garantire la sicurezza e la salute di coloro che in quelle scuole vivono: GLI STUDENTI.

 

 scuole1

Per la cronaca il progetto prevede 2000 mq di edifici nuovi tra i quali si annoverano: Otto nuove aule, uffici, archivio, sala insegnanti, una nuova aula magna.

Tutti edifici a disposizione unicamente del liceo Galilei, mentre per il Musatti solo laboratori, cucine e sale dimostrative.

Di fatto però delle otto aule messe a disposizione solo 3 sono nuove aule mentre le altre 5 verranno destinate ad uffici amministrativi: pertanto delle otto aule previste soltanto 3 sono destinate all’ incremento della popolazione scolastica in costante aumento, senza considerare che l’ aula di disegno dovrà essere gestita ancora nei prefabbricati o all’ interno dell’ ITCS Lazzari.

 

L’Italia dei Valori della Riviera Brenta non si spiega come sia possibile che nell’ edificio retrostante il polo scolastico, denominato “Veneto city”, il costo per l’opera sia previsto in circa 1500,00 mq (edilizia privata commerciale), mentre per il polo scolastico il costo lieviti a 3000,00 euro mq per l’edilizia pubblica.

 

In un periodo storico di recessione economica il denaro pubblico non può, e non deve essere sperperato!!! Pertanto l’Italia dei Valori propone:

 

– in primo luogo la sistemazione delle strade di accesso al polo scolastico che allo stato rappresenta un’ incubo per quanti la percorrono in auto ed un pericolo di vita altissimo per studenti , insegnati e personale che accedono al polo scolastico.

– in secondo luogo i prefabbricati acquistati col denaro del contribuente devono essere riutilizzati per dare posto ad archivi, alle associazioni anche di categoria, e adibiti a luogo di aggregazione per i giovani, come potrebbe essere un centro studi o per il potenziamento della biblioteca.

– infine il comune deve farsi carico, almeno nel periodo d’istruzione obbligatoria, dei libri di testo per gli studenti con reddito familiare lordo inferiore ai 45000,00 euro; l’Italia dei Valori ritiene del tutto inutile una ulteriore aula magna, in quanto nei poli scolastici sono già attualmente presenti 2 aule magne con capienza tale da renderne una terza inutilizzata; il denaro previsto per questa aula inutile può essere diversamente impiegato per creare nei poli scolastici una rete Wi-Fi interamente gratuita ed utilizzabile da tutti, e per creare quelle ulteriori strutture scolastiche (quali un campetto da calcio, un campetto da tennis ecc…) necessarie per lo svolgimento dei programmi scolastici.

Italia Dei Valori Riviera Del Brenta.

25 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti, DOLO, POLITICA NAZIONALE | , , , , | Lascia un commento

Vergogna amministratori di Dolo, voto: 2

COMUNICATO STAMPA DEL 16/01/2009

IDV: LA RIVIERA DEL BRENTA E’ IN PERICOLO
Vergogna, la sordità dell’ amministrazione comunale dolese non ha rivali

La sordità dell’ amministrazione comunale dolese non ha rivali.
A nulla sono servite le contrarietà più volte espresse dalle rappresentanze politiche di tutta la sinistra della Riviera del Brenta e dei movimenti cittadini che non vogliono quest’ opera, che invece a quanto apprendiamo verrà inserita nel Piano di Intervento di Dolo come confermato dal Vicesindaco Adriano Spolaore.
Ancora una volta questa Oligarchia auto referenziata dolese arrogantemente tradisce il suo mandato con gli elettori continuando a mentire loro sostenendo che, non si sa cosa ci sia dentro al “Progetto Veneto City”.

1 FALSO, come dichiarato dal promotore dell’iniziativa Bepi Stefanel il 24/02/06 sono previste in progetto:
Una Torre telematica alta 150 metri, con ristorante panoramico all’ultimo piano (sarà un Guinnes dei Primati dato che la più alta in Italia è di 129 metri, la “Torre Telecom Italia di Napoli”).
Un centro fitness da 10.000mq, piscine, cinema multisala, outlet, negozi, showroom e
Alberghi.
Insomma Porta Ovest sarà un enorme centro commerciale, grande circa 10 volte l’IKEA.

2 Sicuramente il tutto non sarà a favore dei commercianti locali, provate a pensare cosa resterà dei negozi di abbigliamento del centro, e di tutta la Riviera, quando verrà inaugurato questo Ecomostro.

3 Della salute e della vivibilità del paese gli amministratori locali fanno come Ponzio Pilato fece con Gesù Cristo: “SE NE LAVANO LE MANI”
Il giro d’affari previsto è quello portato da 70.000 autoveicoli per giorno che paralizzeranno le nostre strade che risultano già fortemente intasate.
Neppure il previsto progetto della camionabile riuscirà a sgravare il traffico, infatti si è calcolato che quest’ ultima opera potrà al massimo ridurre del 15% l’ attuale traffico sulle strade locali, e le promesse di una migliore viabilità altro non sono che l’ ennesima promessa mai mantenuta per permettere alla società autostrade di sventrare il Ns territorio

4 Gli scarichi intossicheranno i nostri figli così, probabilmente, nella nostra Dolo apriranno il più grosso centro oncologico pediatrico d’Italia, naturalmente privato, in quanto la regione veneto è intenzionata ad avere solo poli sanitari “Di Area Vasta” pertanto anche l’ospedale di Dolo potrebbe essere in pericolo.
Del resto, un opera del valore complessivo di 1 miliardo di euro dovrà pur prevedere un rientro economico. A favore di chi?

L’ Italia dei valori della Riviera del Brenta è sbalordita da tutto questo ed ancora una volta rinnova la sua contrarietà a simili interventi speculativi, così come rinnoviamo la contrarietà al comportamento tenuto dagli amministratori locali che, dovrebbero tutelare l’interesse di tutti i cittadini, invece sfruttano la loro posizione a favore dei grandi speculatori nazionali e internazionali, alla faccia degli elettori di sinistra che li hanno votati.

Idv Riviera del Brenta.

25 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti, DOLO | , | Lascia un commento

DENTRO VENETO CITY

VENERDÌ, 24 FEBBRAIO 2006

La Nuova venezia

Pagina 13 – Economia

Intervista a Bepi Stefanel, uno dei promotori della più grande operazione immobiliare programmata a Nordest

Veneto City «E’ il segno del riscatto»

«Per risanare le ferite dell’industralizzazione»

PAOLO POSSAMAI

TREVISO. Bepi Stefanel ha un sogno. Vale un miliardo di euro (per difetto). L’industriale che ha prestato il suo nome a una dei marchi più celebri dell’abbigliamento casual è fra i motori dell’operazione Veneto City. Parliamo della più grande partita immobiliare programmata a Nordest, affacciata al punto di connessione fra A4 e Passante di Mestre. «Ma non è affatto una speculazione -dice Stefanel – voglio fare qualcosa per il Veneto, non contro il Veneto. E’ un sogno che coltivo da qualche anno, è il segno che voglio lasciare di me a questa terra da cui ho avuto tanto».

Ma che senso, che obiettivi ha Veneto City?

«Veneto City è il simbolo della fase due dello sviluppo del Nordest. Da terra agricola nell’arco di pochi anni siamo diventati area a fortissima vocazione industriale, macellando però il territorio. Veneto City può essere un risarcimento, un modo nuovo di edificare, di progettare sviluppo. Veneto City vuole essere il segno del riscatto contro il declino economico incombente».

Ma quel che lei chiama simbolo di riscatto non è pur esso una mega operazione immobiliare, nuovo consumo di territorio?

«Noi abbiamo commesso un errore, abbiamo comunicato poco il nostro disegno. E quindi i nostri critici non hanno guardato la luna, hanno osservato il dito che mostra la luna. Faccio notare che la nostra ipotesi di urbanizzazione riguarda uno snodo strategico, baricentrico del Veneto, magnificamente servito dalla maglia autostradale e ferroviaria, a breve distanza dal porto di Venezia e dall’interporto di Padova, dall’aeroporto Marco Polo, dalla città più bella del mondo. La nostra area è delimitata dall’autostrada A4 e dalla ferrovia Milano-Venezia. Abbiamo previsto di razionalizzare la viabilità e siamo interessati a costruire a nostre spese una stazione per la metropolitana regionale. In pratica la fermata Sfmr di Dolo-Mirano sarà arretrata di un chilometro rispetto all’ubicazione attuale e collegata a Veneto City tramite un tapis roulant, il tutto con una spesa stimata in 80 milioni di euro».

Oltre alle parole diciamo anche qualche numero. Il vostro progetto prevede 2 milioni di metri cubi su 600mila metri quadrati.

«Chi vede in queste cifre il sigillo di una speculazione sbaglia di grosso. Non vogliamo affatto costruire i soliti orridi capannoni industriali. Il nostro progetto sarà realizzato invece con il contributo dei più grandi architetti a livello internazionale. Vogliamo che i singoli edifici esprimano la massima qualità. Anche in questo sta la nostra sfida».

E quanto alle destinazioni d’uso del complesso?

«Qui sta il resto della sfida. Pensiamo a un sistema stellare, all’interno del quale il pianeta principale sarà il centro servizi per le imprese venete, che sarà specchio di tutto il made in Veneto, dedicato a ricerca e innovazione, marketing, analisi di nuovi mercati. Penso a uno show-room capace di mettere in mostra tutto il meglio della produzione veneta. Che senso ha che ogni paesetto preveda il suo showroom, con le scarpe in Riviera e lo sport-system a Montebelluna? Occorre fare massa critica. Prevediamo poi anche un formidabile centro congressi. Fra i vari satelliti rientrano anche edifici destinati alle istituzioni come Regione, Comuni, Provincia, e poi spazi per le associazioni di categoria, centri per l’artigianato, per la didattica. Ci sarà un centro direzionale e finanziario. Ristorazione e ricettività, con alberghi fino a mille posti letto. Ci sarà una piastra di negozi, ma anche spazi per il tempo libero e il fitness, cinema, teatro, piscine. Se Richard Branson mi chiede 10mila metri quadrati per fare un centro fitness come quello splendido che ha fatto alla Bicocca a Milano, perché devo essere così sprovveduto da non poter accogliere questa idea? Il perno del complesso sarà dato da una torre telematica alta 150 metri, con ristorante panoramico all’ultimo piano, dedicata alle compagnie telefoniche. Riteniamo che il polo di Veneto City attrarrà e gestirà 10mila posti di lavoro qualificato. Contiamo molto che il progetto sia ben compreso dal sistema universitario, poiché Veneto City con i suoi laboratori e la sua capacità di interazione con l’apparato industriale nordestino ha bisogno di ricercatori di livello. I nostri migliori cervelli devono poter restare a lavorare qui».

Che tempi prevedete per realizzare l’intervento?

«La Conferenza dei servizi dovrebbe essere in grado di approvare l’opera entro fine anno, anche perché i lavori del Passante e della Sfmr, con i quali ci dobbiamo coordinare, stanno proseguendo. Dopo di che ci vorranno circa 3 anni anni per costruire un polo che non ha eguali in Italia e che può essere davvero uno spartiacque storico. E’ la prima volta che un gruppo di privati ha una grande idea e si apre alle istituzioni, alle categorie economiche, ai veneti di buona volontà, per realizzare un’opera di fondamentale importanza per tutta la regione. Con umiltà e con trasparenza».

E se il vostro disegno non fosse accolto?

«Gran parte dei 600 mila metri quadrati da noi considerati hanno già attualmente destinazione industriale. Abbiamo insistenti richieste di grandi aziende di logistica che ci chiedono spazi. Sono convinto che di capannoni il Veneto ne abbia fin troppi, ma se non ci sarà consentito di fare altro che cappanoni non potremo esimerci da mettere a reddito il nostro investimento. Bilbao era nulla prima che Frank Gehry vi progettasse il Guggenheim Museum, che attira un milione di visitatori all’anno. Londra ha avuto il coraggio di recuperare i docks, Parigi ha volato alto con la Défense e la Villette. Possibile che qui non sia possibile fare altro che informi scatoloni di cemento armato? Non mi interessa nulla fare 10mila metri quadrati in meno, mi preme fare una cosa bella e valida per il Veneto del futuro. Ma i conti devono tornare, ovviamente, perché non sono un filantropo».

Pensa che Veneto City ci sarà anche un outlet?

«Stiamo valutando anche questa possibilità, come d’altronde tante altre».

 Ma questa operazione, per la mole degli investimenti e per la sua capacità attrattiva, non rischia di svuotare il commercio nei centri urbani e le attività di punta nelle zone industriali vicine? Che ne sarà dello sviluppo della cittadella prevista attorno all’aeroporto Marco Polo? E che ne sarà del recupero di Marghera?

«Veneto City non è in conflitto con niente, perché è una cosa diversa da quel che c’è. Al contrario, rappresenta una grande opportunità. Marco Polo City sarà poco più di un centro congressi con annessi servizi alberghieri. Credo che il nostro progetto possa favorire anche una trasformazione di Marghera, che abbisognerà di tempi lunghi di bonifica e di un disegno chiaro, di cui dovranno farsi carico soprattutto le istituzioni. Marghera troverà comunque un suo destino. Perché non potrebbe accogliere, per esempio, una mega darsena per yacht, per il turismo di lusso che vuole venire a Venezia via mare? C’è bisogno del contributo di tutti e di un coordinamento, di una cabina di regia per pensare al Veneto che sarà fra 20 anni. Un piano ambizioso ma necessario, se vogliamo evitare il declino. I miei compagni di viaggio e io lanciamo la sfida».

Chi sono i suoi soci in questa impresa? E quando e come nasce l’idea di Veneto City?

«Accanto a me ci sono Fabio Biasuzzi, Luigi Endrizzi, Giancarlo Selci e Olindro Andrighetti. Endrizzi e io abbiamo un po’ dei terreni in questione ormai da quasi dieci anni, in una zona a destinazione industriale. Se volessimo, potremmo già costruire 120 mila metri quadrati di capannoni. Per questo dico che non c’è speculazione, e i costi delle opere di interesse generale che faremo superano di gran lunga l’incremento di valore derivante dalle variazioni urbanistiche richieste».

Qual è l’estensione dei terreni in vostro possesso?

«Oggi disponiamo di 450mila metri quadrati, di cui 250mila già oggi edificabili a destinazione commerciale, industriale, direzionale. Siamo in trattativa per ulteriori 150mila metri quadrati».

Quanto avete investito finora e quanto vale Veneto City nel suo complesso?

«I terreni ci sono costati attorno a 30 milioni di euro, saremo bravi se alla fine avremo investito meno di un miliardo». 

Ma come è pensabile che un’operazione di questa portata sia rimasta carsica per tanti anni?

«Il vostro giornale, con l’inchiesta condotta da Renzo Mazzaro in particolare, ha fatto un eccellente lavoro di approfondimento. Noi siamo stati troppo concentrati sui progetti, meno sulla divulgazione. Ma recuperemo. Faremo convegni, pubblicazioni, un sito internet dedicato». 

Vi sono attribuite coperture politiche a destra e a sinistra.

«Lo so. Ma il governatore Galan e i Ds non hanno benedetto in alcun modo Veneto City. Scontiamo un sospetto immotivato».

22 gennaio 2009 Posted by | 1, Alberto Monetti, DOLO, STRA, VIGONOVO | , , , | Lascia un commento

IL PERICOLOSO PRECEDENTE VS. MAGISTRATURA

 

Travaglio: DIECI PICCOLI INDIANI

TRATTO DA :http://www.beppegrillo.it/

Testo:

“Buongiorno a tutti.
Mi dispiace, ma devo ancora parlarvi del cosiddetto caso Salerno-Catanzaro perché ci sono delle clamorose novità e, visto che sono clamorose, voi non le avete sapute.
Dove altro le potete trovare se non nella rubrica “Passaparola”?
Proprio per questo è nata la nostra rubrica, quindi anche oggi parliamo di una notizia molto importante che è a disposizione delle redazioni dei giornali e delle agenzie da venerdì sera e che non è stata riportata da nessun quotidiano italiano.
Ricorderete l’ultimo episodio, l’ultimo anello di una lunga catena iniziata un anno e mezzo fa con l’esproprio e le avocazioni delle due principali inchieste di Luigi De Magistris.
L’ultimo atto è che, la settimana scorsa, il ministro Alfano – il cosiddetto ministro della Giustizia Alfano – ha sparato fuori i capi di incolpazione contro il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, e contro i suoi due sostituti, Gabriella Nuzi e Dionigio Verasani, che hanno il torto di essere titolari dell’indagine nata dalle denunce di De Magistris che ha portato, a metà dicembre, al provvedimento di sequestro e perquisizione per acquisire a Catanzaro le carte dell’inchiesta Why Not, che la procura di Catanzaro non consegnava da mesi e mesi, nonostante le richieste della procura di Salerno.

Alfano chiede di cacciare il capo della procura di Salerno

Il ministro Alfano ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di cacciare dalla magistratura – non di spostare in un altro ufficio, proprio di cacciare dalla magistratura – il procuratore capo di Salerno.
E’ la sanzione più grave che si possa immaginare, di solito la si dovrebbe dare ai magistrati che hanno rapporti con la mafia, o che rubano, o che si vendono le sentenze.
Bene, questo signore non ha avuto rapporti con la mafia, non si è venduto nessuna sentenza. E’ un anziano magistrato che all’improvviso è balzato agli onori delle cronache semplicemente per aver lasciato lavorare i suoi sostituti su un’indagine che, evidentemente, gli pareva ben fatta e fondata.
E’ colpevole di non avere bloccato i suoi sostituti e di avere coperto e avallato le loro decisioni.

Il ministro lo vuole far cacciare dal Consiglio Superiore della Magistratura, via, fuori dalla magistratura, e in più ha chiesto al CSM di levargli lo stipendio subito.
Di privarlo immediatamente dello stipendio. Manca soltanto il plotone di esecuzione per la fucilazione
.
Invece, bontà sua, il ministro chiede di trasferire a un’altra sede i due magistrati che hanno materialmente condotto l’inchiesta, e cioè Verasani e Nuzzi.
Nel motivare questa gravissima sanzione per l’incompatibilità ambientale di questi due magistrati, il ministro scrive, sulla base dei rapporti dei suoi ispettori, che Apicella e i sostituti Nuzzi e Verasani si sono macchiati di “assoluta spregiudicatezza, mancanza di equilibrio e atti abnormi nell’ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi che sono stati a lui avocati” e sottratti.
I giornali hanno registrato – Poi vi dirò qual è la notizia che non vi è stata data – con ampio risalto queste motivazioni del ministro Alfano con una tecnica che nelle democrazie non viene mai impiegata: quella dell’ipse dixit.
Visto che il ministro dice che questi magistrati sono dei farabutti, noi prendiamo atto che questi magistrati sono dei farabutti.
Non c’è di fianco alla notizia un commento per dire “sarà poi vero che questi magistrati sono dei farabutti?”.
Può il ministro della giustizia scrivere quello che ha scritto? E’ mai successo che un ministro della giustizia scrivesse quello che ha scritto il ministro Alfano?
Se si fossero posti queste domande, cioè se i giornali svolgessero ancora la funzione critica per la quale sono nati e per la quale esistono – altrimenti non ce ne sarebbe bisogno, basterebbero i comunicati stampa del governo e dell’opposizione, non servirebbero i giornali – avrebbero scoperto che non esiste nella storia dell’Italia unita, né repubblicana né monarchica, una così grave lesione del principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura.
Io non sono fra quelli che pensano che i magistrati debbano essere intoccabili e non debbano pagare per i loro errori, infatti il CSM punisce molti magistrati, non abbastanza ma molti magistrati, e altri si dimettono poco prima di essere puniti.
E non esiste un ordine professionale che abbia un così alto numero di punizioni per le violazioni deontologiche dei propri membri: non quello degli avvocati, non quello dei medici, non quello dei giornalisti, figuriamoci.
Qui non si tratta, però, di violazioni deontologiche o professionali: qui lo scrive il ministro.
I magistrati di Salerno devono essere cacciati – il capo dalla magistratura, i sostituti da Salerno – perché hanno compiuto “atti abnormi nell’ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”.
Cosa sta facendo il ministro? Una cosa che non si può fare in nessuna democrazia dove viga la divisione dei poteri: sta sindacando il contenuto, il merito, di un provvedimento giudiziario.
Lo può fare il ministro? Assolutamente no!
Pensate, se passasse questo precedente vorrebbe dire che in futuro, ogni volta che un giudice fa una sentenza che non piace al governo, ogni volta che un Pubblico Ministero fa un’ipotesi investigativa che non piace al governo, quel giudice viene mandato via o viene trascinato davanti al Consiglio Superiore a discolparsi per avere scritto una cosa che non piace al governo.
Sono infallibili i giudici nelle cose che scrivono? Assolutamente no, infatti in Italia esistono una serie di appelli, di ricorsi, per andare a sindacare nel merito delle cose scritte dai giudici.
Non ti piace quello che hanno scritto i magistrati di Salerno nel provvedimento di perquisizione e sequestro per andare a prendere le carte al Tribunale di Catanzaro? Benissimo, i magistrati di Catanzaro, se non gradiscono quello che hanno scritto i loro colleghi di Salerno, competenti a indagare su Catanzaro, si rivolgeranno al Tribunale del Riesame di Salerno per chiedere che annulli quel decreto di perquisizione e sequestro.
Se poi ritengono, l’abbiamo già detto ma è bene ripeterlo, che i colleghi di Salerno abbiano commesso dei reati in quella vicenda, faranno un esposto o una denuncia alla procura competente per giudicare i magistrati di Salerno, cioè Napoli.
Se poi ritengono che i magistrati di Salerno abbiano commesso delle colpe deontologiche, si rivolgeranno all’ispettorato del ministero o alla procura generale della Cassazione che sono titolari dell’azione disciplinare.
E se ritengono che i magistrati di Salerno abbiano delle incompatibilità con la città di Salerno, perché hanno delle parentele con qualcuno che non è il caso avere in quella città, verranno ovviamente giudicati per incompatibilità ambientale e spostati.

Un pericoloso precedente

Ma qui stiamo parlando di altro, stiamo parlando del fatto che quello che è stato scritto nel decreto di perquisizione e sequestro della procura di Salerno non piace al ministro, e il ministro, per questa ragione, chiede di spostare i magistrati.
Voi vi rendete conto che siamo di fronte a un pericolosissimo precedente: pericolosissimo tanto più in quanto nessuno lo ha notato e nessuno lo ha denunciato.
Nel 2001, il Tribunale di Milano emise due ordinanze nei processi in cui si stavano giudicando Berlusconi e Previti per le famose corruzioni dei giudici Squillante, Metta, etc… i processi Mondadori, Sme, Imi-Sir… e stabilirono una certa interpretazione sulla legge delle rogatorie che di fatto la vanificava e stabilirono anche una certa interpretazione della sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava nulle alcune udienze nelle quali Previti non aveva partecipato perché dichiarava di essere impegnato in Parlamento.
Quelle ordinanze interpretative emesse dal Tribunale di Milano furono denunciate in Parlamento da esponenti del centrodestra e alla fine, credo fosse il 5 o il 6 dicembre del 2001 ma lo trovate nel libro “Mani Sporche” dove abbiamo raccontato bene questa vicenda, il Senato votò una mozione che criticava, censurava queste ordinanze del Tribunale di Milano.
L’Associazione Magistrati, all’epoca un po’ più vigile e reattiva di quella attuale che ha l’encefalogramma piatto, si rese conto della gravità di quello che stava accadendo, perché era la prima volta nella storia repubblicana che il Senato metteva ai voti un provvedimento di un giudice.
La giunta dell’Associazione Magistrati si dimise all’istante, ricordando che la cosa era avvenuta un’altra sola volta nel 1924 dopo il delitto Matteotti e la svolta autoritaria di Mussolini.

Nemmeno durante il fascismo

Tenete presente che il fascismo non osò manomettere formalmente l’indipendenza della magistratura: il fascismo recepì i codici precedenti e aggiunse ai Tribunali ordinari il famigerato Tribunale Speciale per i delitti politici.
Istituì i delitti politici e li fece giudicare dal Tribunale speciale, ma per i delitti ordinari la giustizia continuò a fare il suo corso, anche se ovviamente il clima era tale per cui la giustizia divenne un capolavoro di conformismo, per compiacere.
Ma formalmente il fascismo non fece atti concreti per mettere le mani e impossessarsi della giustizia.
Oggi, quello che sta facendo Alfano – probabilmente non se ne rende nemmeno conto, stiamo parlando di uno che letteralmente non sa quello che fa – è pensare di poter sindacare il contenuto di un atto invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti.
Interviene lui e chiede di cacciare i magistrati perché hanno scritto nel provvedimento una cosa che non gli garba.

La differenza rispetto al 2001 è che stavolta il provvedimento è più grave perché entra non in una questione interpretativa ma in una di merito.
I magistrati di Salerno sono colpevoli di avere scoperto, nella loro indagine, che De Magistris aveva ragione.
Non so se mi spiego: Alfano scrive “atti abnormi – cioè il decreto di perquisizione e sequestro – nell’ottica di una acritica difesa del De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”.
Intanto questa frase contiene un falso clamoroso, macroscopico: non è vero, e chiunque lo vuole vedere lo trova sul nostro blog o quello di Carlo Vulpio.
L’ordinanza di perquisizione e sequestro di Salerno non contiene una acritica difesa di De Magistris: i magistrati hanno ascoltato più volte le denunce di De Magistris, il racconto di De Magistris, e poi hanno cominciato a interrogare un sacco di testimoni per vedere se De Magistris aveva ragione o torto.
E le parole di De Magistris sono state confermate da consulenti che sono stati allontanati, ma anche da magistrati in servizio in Calabria a cominciare dal Dott. Bruni, dal Dott. Mollace, da un giovane uditore giudiziario che fu immediatamente subornato e messo sotto controllo dal procuratore aggiunto dopo che era stata tolta l’inchiesta Why Not a De Magistris.
Ci sono decine di riscontri oggettivi fatti dalla polizia giudiziaria in questo documento: non è vero niente che i PM di Salerno hanno preso per oro colato quello che dice De Magistris in maniera acritica.
Ma sopratutto: non spetta al ministro stabilire se è giusto o non è giusto quello che hanno ipotizzato nella loro inchiesta i magistrati, sarebbe gravissimo se il vaglio delle inchieste fosse affidato al ministero della giustizia, cioè al governo, cioè alla maggioranza politica e non, invece, ai regolari gradi di giudizio.

Una notizia che avrete solo da Passaparola

Contro questo decreto di perquisizione e sequestro, l’unica cosa da fare per farlo dichiarare illegittimo, nullo, infondato, abnorme, macroscopico, spregiudicato, mancante di equilibrio, acritico era l’impugnazione del provvedimento davanti al Riesame.
Bene: arriviamo alla notizia che non avete letto e che non leggerete mai sulla stampa e sulla TV di regime.
Alcuni imputati, a cominciare dall’ex procuratore Lombardi, accusato di corruzione giudiziaria, dalla moglie dell’ex procuratore Lombardi e dal figlio, Pier Paolo Greco, che era socio di uno dei principali indagati dell’inchiesta Why Not, il senatore di Forza Italia Pittelli, ma anche Antonio Saladino, il famoso capo della Compagnia delle Opere in Calabria, faccendiere, trafficone, in rapporti con tutta la politica di tutti i colori, hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame di Salerno per chiedere l’annullamento del decreto di perquisizione.
Bene, venerdì sera intorno alle 22 il Tribunale del Riesame di Salerno ha respinto i ricorsi dei quattro indagati che vi ho appena enumerato e ha dichiarato dunque fondato, legittimo, impeccabile – adesso aspettiamo le motivazioni, naturalmente – il provvedimento.
Vi leggo il dispositivo, perché non l’avete letto da nessuna parte e non lo leggerete da nessuna parte:
Letti gli articoli del codice, il Tribunale del Riesame di Salerno rigetta le istanze di Riesame avverso il decreto di perquisizione e sequestro e conferma l’impugnato provvedimento. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali”.
Cioè hanno fatto perdere tempo alla giustizia, devono pagare.
Questo è l’unico luogo dove gli indagati potevano andare a lamentarsi di quello che hanno fatto i PM di Salerno.
Ci sono andati e il Tribunale del Riesame, in un clima pazzesco che dire ostile è dire poco, in un clima dove il Capo dello Stato, il Consiglio Superiore della Magistratura, il governo, l’opposizione, l’Associazione Nazionale Magistrati, tutta la stampa di destra e di sinistra, tutte le televisioni, dicono che Salerno ha torto e che a Salerno ci sono dei farabutti che vogliono dare ragione a quell’altro farabutto di De Magistris.
E che questi di Salerno hanno scritto un decreto di perquisizione troppo lungo – vi ricordate le polemiche sulle 1400 pagine? – e che hanno fatto denudare Tizio e Caio.
E che hanno infilato dei particolari attinenti la privacy di un magistrato della confraternita di CL Memores Domini.
Che insomma ne hanno combinate di tutti i colori e quindi vanno massacrati, puniti, cacciati, trasferiti, fucilati, garrotati.
Bene, si sono trovati ancora in questo Paese tre giudici del Riesame a Salerno che hanno valutato, estraniandosi dai condizionamenti pazzeschi che ci sono tutto intorno a loro, il provvedimento esaminato impeccabile e hanno respinto i ricorsi di chi aveva fatto appello al Riesame.
Questo che cosa significa? Significa intanto che hanno confermato i presupposti di legittimità di questo provvedimento, nel senso che evidentemente rispetta le forme, la casistica, i limiti previsti dalla legge in questi casi.
Ma naturalmente conferma anche il merito del decreto di sequestro e perquisizione perché evidentemente hanno trovato che i PM, quelli che devono essere fucilati, hanno motivato bene; hanno ipotizzato dei reati tipo la corruzione giudiziaria a Catanzaro che sono applicabili e configurabili ai danni degli indagati che sono stati perquisiti; hanno motivato le esigenze probatorie, cioè le necessità di andare a prendere quelle carte per dimostrare certe ipotesi accusatorie.
Insomma, detto molto chiaramente, hanno dato ragione alla procura di Salerno, la quale però viene trascinata davanti al Consiglio Superiore della Magistratura per essere punita a causa di quello stesso provvedimento che il Tribunale del Riesame ha trovato impeccabile respingendo tutti i ricorsi.
Perché? Perché la politica, e nella politica ci mettiamo anche, purtroppo, i vertici dell’Associazione Magistrati sempre più sensibili alle sirene della politica, ha deciso che quel provvedimento non va bene perché da ragione a De Magistris.

De Magistris non può avere ragione

Uno dice: e se avesse ragione De Magistris? Ecco: De Magistris non può avere ragione.
E chiunque informi, non chiunque stia con De Magistris, chiunque informi o si occupi di De Magistris senza massacrarlo pregiudizialmente, deve essere cacciato.
Voi vedete che la storia di questo anno e mezzo, leggetevi i libri di Vulpio e di Massari sui casi della Calabria e della Lucania, è la storia dei “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie.
Viene cacciato il Vescovo Bregantini perché denuncia certi malaffari tra politica e malavita.
Viene esautorato il Pubblico Ministero De Magistris, gli tolgono le inchieste, poi tolgono lui.
Poi tolgono i suoi consulenti, uno dopo l’altro.
Poi cacciano il Carabiniere, il capitano Zaccheo, che viene trasferito in Abruzzo.
Poi cacciano la Forleo che ha avuto il coraggio di andare in televisione a difendere De Magistris.
Poi il Corriere della Sera non fa più scrivere sul caso De Magistris Carlo Vulpio, che ci aveva dedicato pure un libro e che quindi qualcosa ne capiva.
Poi i magistrati di Salerno scoprono che De Magistris potrebbe avere ragione e trovano i riscontri alle sue denunce e vogliono cacciare pure i magistrati di Salerno.
Adesso vedremo se cacceranno i tre giudici del Riesame che hanno appena confermato l’ordinanza, ma naturalmente per cacciarli bisognerebbe prima parlarne di questa ordinanza.
E di questa ordinanza nessuno ne ha parlato, perché altrimenti immediatamente il CSM dovrebbe rispondere del perché stia accettando di esaminare la possibilità di mandar via dei magistrati a Salerno per via di un provvedimento che l’unica sede legittima per valutarlo, il Riesame, ha confermato in toto stabilendo che è fondato e impeccabile.
Abbiamo aspettato sabato, sui giornali. Abbiamo aspettato domenica. Abbiamo aspettato lunedì, ma non è uscita da nessuna parte questa notizia.
Adesso la sapete anche voi.
Passate parola.”

14 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , , , , | Lascia un commento

COMUNICATO STAMPA DEL 10/01/2009

COMUNICATO STAMPA
ITALIA DEI VALORI 10/01/2009

Idv vota contro la distruzione della Riviera del Brenta

Ancora una volta dalla stampa arriva la notizia che la Giunta comunale Dolese dà il via libera ad una serie di opere pubbliche che devasteranno il territorio della Riviera del Brenta.
Ancora una volta questa giunta, ora non più in grado di rappresentare il paese, non ascolta i Suoi elettori; ancora una volta gli elettori del centro sinistra non si riconoscono nei propri amministratori, un gruppo di governo, sempre il medesimo negli ultimi anni, che decide di non cambiare rotta, che si disinteressa della vivibilità del proprio paese e che pensa solamente a garantirsi un futuro politico ormai prossimo al capolinea.

Ancora una volta è compito dell’ ITALIA DEI VALORI far sentire la voce della sinistra, evidenziandone le contraddizioni e opponendosi con forza ai progetti speculativi che pregiudicano la qualità della vita della cittadinanza.
L’ ITALIA DEI VALORI è assolutamente contraria alle “grandi opere di distruzione del paese” promosse dalle grandi società e dai comitati d’ affari insediatisi nei comuni della Riviera del Brenta che, con il sostanziale avvallo delle varie amministrazioni, intendono depredare il territorio.
Riteniamo assurdo che l’ Amministrazione Comunale non si assuma la responsabilità nei confronti dei cittadini fornendo con trasparenza i progetti che vorrebbe attuare, ponendo in essere comportamenti non tipicamente di sinistra e scontrandosi con gli stessi ideali del partito che rappresentano, disattendendo così la tutela del territorio e delle categorie disagiate.

Se Veneto City, l’ Elettrodotto, la Camionabile e la Romea Commerciale rappresentano la tutela del territorio, il centro sinistra della Riviera del Brenta e la popolazione ivi residente, certamente non potranno dirsi alleati con questi amministratori.
Questa non è l’eredità territoriale che vogliamo lasciare ai nostri figli e ai giovani che vivono nel territorio.
L’ ITALIA DEI VALORI pertanto chiede formalmente all’ amministrazione Comunale Dolese un netto cambio di rotta, togliendo dal PRG queste opere: gli interventi decisi sono un errore tanto sul piano amministrativo quanto su quello politico.
In definitiva CHIEDE, che il Comune di Dolo faccia una volta per tutte, definitivamente e prima di ogni intervento sul territorio, chiarezza sull’annosa questione di Veneto City, chiamata Porta Ovest, indicando chiaramente che cos’è, che costi sociali comporta, quale sarà l’impatto sul territorio e a chi gioverà tale opera.
Mettiamo altresì a conoscenza di questa Amministrazione Comunale che l’ ITALIA DEI VALORI unitamente a molte altre forze di centro sinistra, ai Movimenti di cittadini per il territorio e a tutti coloro che hanno a cuore il luogo in cui vivono e vivranno i loro figli, sta preparando una PETIZIONE FORMALE perché il territorio venga tutelato e col territorio i suoi cittadini e i suoi commercianti che da questi “Ecomostri” verrebbero certamente cancellati.

L’ ITALIA DEI VALORI crede nelle aziende artigiane, nelle piccole realtà commerciali che hanno sostenuto con le unghie e i denti il paese e, non nelle grandi cordate che sfruttano il territorio devastandolo, che esaurito il loro interesse chiuderanno i battenti e traslocheranno in un altro territorio da sfruttare, con la complicità degli stessi amministratori lasciandoci null’ altro che tre milioni di metri cubi di cemento abbandonato.

IDV Riviera del Brenta
Alberto Monetti

10 gennaio 2009 Posted by | Alberto Monetti, DOLO, STRA, VIGONOVO | , , , | Lascia un commento

LA LENTE DEL MONDO GUARDA L’ ITALIA E IL SUO PREMIER (BELLA FIGURA!!!)

QUELLO CHE I MEDIA ITALIANI ASSERVITI NON DICONO

Riporto un articolo del prestigioso quotidiano inglese “The Guardian”, dove il giornalista definisce Silvio Berlusconi inadatto alla presidenza del prossimo G8.
http://www.guardian.co.uk/business/2008/dec/23/sil- vio-berlusconi-g8-david-beckham

“Gordon Brown ha salvato il mondo, Angela Merkel ha salvato il suo budget federale, Jose Manuel Barroso ha salvato la sua carica per un secondo mandato – e Nicolas Sarkozy ha salvato l’Europa. Adesso, mentre un anno orribile sta giungendo al termine fra ancora più terribili previsioni per l’Unione Europea, si fa avanti Silvio Berlusconi.
Ha salvato David Beckham dall’oscurità di Los Angeles aiutandolo ad ottenere un prestito di 10 settimane alla sua squadra di calcio, l’AC Milan – garantendogli accordi con sponsor molto lucrativi e apparizioni su diversi canali televisivi gestiti dal suo impero Mediaset.

Avendo compiuto la missione, e’ ora deciso a tutti i costi a salvare l’Italia e, come Gordon, il pianeta.

Il primo gennaio, il giorno in cui Sarko non sarà più ufficialmente il presidente europeo, l’italiano presidente del consiglio (in italiano nel testo, N.d.T.) assumerà il controllo come presidente del G8 e, con illusioni di grandezza da togliere il respiro, è già impegnato a organizzare un vertice fra Barack Obama e il russo Dmitri Medvedev.
Entro marzo, quando l’economia europea sarà probabilmente un disastro, Berlusconi prevede un vertice dei G14 – un’idea originariamente di Sarko per coinvolgere le economie emergenti – sulla “dimensione umana” della crisi finanziaria.
Presumibilmente questo è linguaggio diplomatico che significa crescente debito personale, povertà, disoccupazione, disperazione e tutti e tutto ciò che di solito si associa alla tetraggine invernale di quella che è, potenzialmente, la recessione peggiore dalla seconda guerra mondiale. Specialmente nel suo paese, che è in recessione da due quadrimestri, che affronta un esorbitante aumento della disoccupazione, che vede il produttore di auto Fiat cercare un partner che lo rilevi per uscire dal suo tormento e, che senza l’euro e la Banca Centrale Europea che lui tanto disprezza, sarebbe in bancarotta.
Berlusconi, che ha un capitale personale di circa dieci miliardi di dollari, e che è un architetto di riforme giudiziarie in serie per permettersi l’immunità dalla giustizia, è il leader politico che ha chiamato Obama “abbronzato” e che ha paragonato un deputato tedesco a una guardia di un lager nazista (Kapo).
Il suo contributo al programma europeo di ripresa – un pacchetto-stimolo del valore di 200 miliardi di euro che equivale all’1,5% del prodotto interno lordo – sembra consistere in tagli alle tasse dei suoi sostenitori politici nelle piccole imprese e in sanzioni ridotte per evasori fiscali – equivalenti all’1% del prodotto interno lordo, secondo i politici italiani di opposizione. Il pacchetto è cosi’ irrisorio che la maggior parte degli analisti crede che possa perfino essere una riduzione delle spese.
Adesso il settantaduenne playboy del mondo occidentale vuole diventare il presidente italiano, succedendo all’ex-comunista e leader sindacalista Giorgio Napolitano, un uomo di grande integrità, dopo il 2013. Presumibilmente per la vita, alla Mugabee, e, per perpetua immunita’ contro le azioni giudiziarie, alla Chirac.
Questa è, in tutta serieta’, la persona che, per la rotazione, sarà presidente del G8 l’anno prossimo, quando è possibile che ci sarà un bagno di sangue economico in tutto il mondo.
E’ ora di finirla con questo stupido processo e, come previsto per l’Unione Europea sotto il Trattato di Lisbona ora in stallo, di scegliere un presidente di genuina statura e capacità di visione per dirigere questo organismo per il lungo periodo. E specialmente dato che siamo tutti d’accordo che, come il Consiglio di Sicurezza Europeo e l’IMF/Banca Mondiale, dovrebbe essere permanentemente riformato per includere la Cina, l’India e le restanti economie emergenti.
E’ già abbastanza grave che l’eurotossico Vaclav Klaus, il presidente ceco, diventi capo nominale dell’Unione Europea il primo gennaio (Ok, il suo primo ministro presiederà’ gli incontri). Questa rubrica preferirebbe vedere Sarko realizzare le sue ambizioni di diventare presidente a lungo termine dell’eurogruppo e leader de facto dopo il suo successo iperattivo nel dirigere l’Unione Europea per gli ultimi sei mesi.
Forse potrebbe farsi carico anche del G8/G14 per il resto della sua permanenza in carica all’Eliseo – certo di essere prolungato dopo il 2012 per ulteriori cinque anni secondo il modello corrente. O datela a Tony Blair. A chiunque tranne che all’inadatto Berlusconi, il presidente indiscusso di Tangentopoli 2 (in italiano nel testo, N.d.T.), o città della corruzione, quello che il suo paese nativo e’ nuovamente diventato.”

+ relativo commento scritto sotto da un tipo sul sito del the Guardian:

aquinus
25 Dec 08, 6:29pm

Now the 72-year-old playboy …
Well… it is a long story indeed, 72 years of secret massonic lodges , of a mafia hitman as a stablekeeper in his villa, hauled by him as a hero ( for keeping his mouth shut in prison ), 72 years of bribery, money laundering, senators exchanged with the help of actresses in need of a bigger role, one even becomes a cabinet minister, Mara Carfagna ( the alleged leaked tapes with the oral attributes are still somewhere..), condemned as false witness..and more, more.

choose a president or chairman of genuine stature
It is a bit too late now Mr. Gow, or is it the case that when recession spreads we cant let the little balilla ( young fascist of the old days ) play with the small mediterranean peninsula as his personal toy?

Everyone in the establishments KNOWS who is the man and not from yesterday.
Hes the direct extension of the atlantic pact that in a way or the other reinstated at the end of the war the friends of AL CAPONE in Sicily, with the blessing of the american lodge ( Max Corvo, Frank Gigliotti 1947 and 1960 ), and all in the name of the COMMUNIST THREAT ?
Now that the magistrates and the uncomfortable people are not exploding or being shot anymore, now that the mafia is NOT in need anymore of killing to obtain the stability and the business control thanks to a TAILORED LAW, now what?
It took him so long to apply the orders from above…

The SON of the COLD WARs fixation is not as the CIA wanted?
The fruit of the dark side of Capitalism, the political power bought with business, …and its true, the gang that he brings with him in the EU parliament, are of the same sort, more dumber though.

Its a bit late to complain now, when even some italian comedian went to the EU to ask NOT TO FUND ITALY ANYMORE, in order to stop fuelling this stream of money that goes straight to the local mafias.
After the EU stopped funding Bulgaria because of the amount of corruption in the institutions, the connected crime, etc..( but not Italy )

Maybe its time to get rid of the this puppet, hey!
Can you hear me?
in the high ranks, Im talking to you..??
Who created this monster has to stop him!!!!!

3 gennaio 2009 Posted by | 1, Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , | Lascia un commento

TESSERAMENTI IDV 2009

CAMPAGNA ISCRIZIONI ITALIA DEI VALORI 2009A TUTTI COLORO CHE DESIDERINO ISCRIVERSI, SIMPATIZZARE PER L’ ITALIA DEI VALORI E SOSTENERLA NELLE SUE ATTIVITA’, O DARE UN PERSONALE CONTRIBUTO DI IDEE E DI ENERGIE PUO’ CONTATTARCI AL NUMERO TELEFONICO:

348/5590921 (Alberto Monetti)
O SCRIVERCI ALL’ INDIRIZZO MAIL:

magnalex2008@hotmail.it

L’occasione ci è gradita per ricordarvi i nostri siti internet:

IDV Stra: http://www.idvstra.wordpress.com
IDV Dolo: http://www.idvdolo.wordpress.com
IDV Vigonovo: http://www.idvvigonovo.wordpress.com
IDV Camponogara: http://www.idvcamponogara.wordpress.com
IDV Fosso: http://www.idvfossò.wordpress.com
Alberto Monetti: http://www.albertomonetti.wordpress.com

30 dicembre 2008 Posted by | 1, Alberto Monetti, DOLO, STRA, VIGONOVO | , | Commenti disabilitati su TESSERAMENTI IDV 2009

VENETO CITY

venetocity

28 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, DOLO, POLITICA NAZIONALE, STRA, VIGONOVO | , | Lascia un commento

:):):):) BUON NATALE :):):):)

buonnataledaidv

24 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti | Lascia un commento

PAOLO BORSELLINO 48 ORE PRIMA DELL’ATTENTATO

20 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

Le Verità del “CAVALIERE”

0

Procedimenti giudiziari a

 carico di  

Silvio  Berlusconi

Premessa

Silvio Berlusconi è stato oggetto di numerosi procedimenti penali, nessuno dei quali si è concluso con una sentenza definitiva di condanna.

Alcuni di questi procedimenti sono stati archiviati in fase di indagine; a seguito di altri è stato instaurato un processo nel quale Berlusconi è stato assolto. In altri processi, infine, sono state pronunciate, in primo grado o in appello, sentenze di condanna per reati quali corruzione giudiziaria, finanziamento illecito a partiti e falso in bilancio.

In questi casi, dopo un esito del primo grado di giudizio sfavorevole a Berlusconi, i procedimenti non si sono conclusi con una sentenza di condanna: ciò grazie a sentenze di assoluzione in appello, al riconoscimento di circostanze attenuanti – che, influendo sulla determinazione della pena, hanno comportato il sopravvenire della prescrizione – oppure a nuove norme, approvate definitivamente in Parlamento dalla maggioranza di centro-destra, che hanno modificato le pene e la struttura di taluni reati a lui contestati, come nel caso del reato di falso in bilancio. Dette norme in taluni casi hanno imposto una valutazione di non rilevanza penale di alcuni dei fatti contestati, poiché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; in altri casi la relativa riduzione delle pene previste per le nuove fattispecie di reato ha fatto sì che i termini di prescrizione maturassero prima che fosse pronunciata sentenza definitiva.

Reazioni

Alcuni commentatori politici affermano che i processi riguardanti l’attività di imprenditore di Silvio Berlusconi, a cui egli è stato sottoposto, costituirebbero una manifesta persecuzione giudiziaria orchestrata dalle “toghe rosse”, cioè da magistrati vicini ai partiti e alle ideologie di sinistra (iscritti a Magistratura democratica), che utilizzerebbero illegittimamente la giustizia a fini di lotta politica.[1][2]

Altri commentatori affermano che nella sua fondazione fulminea di un nuovo partito vi sarebbe stato solo un metodo per evitare la bancarotta o addirittura il carcere[3] grazie alle cosiddette “leggi ad personam” varate dal suo governo. Viene sottolineato inoltre che, sebbene sia vero che Berlusconi non abbia mai subito alcuna condanna per i processi che lo riguardano, di fatto in alcuni casi egli sarebbe stato riconosciuto colpevole di aver commesso reati, ma che poi unicamente il sopraggiungere inevitabile della prescrizione su tali reati lo avrebbe perciò salvato dalla condanna. Riguardo all’accusa sulle “toghe rosse”, essi sostengono che Berlusconi abbia al contrario giovato del riconoscimento, da parte dei giudici, delle attenuanti generiche rispetto ad altri imputati, tra cui Cesare Previti.[4]

Elenco riassuntivo

Sentenze di non doversi procedere

Per intervenuta prescrizione del reato

Lodo Mondadori, corruzione semplice

All iberian 1, finanziamento illecito ai partiti

Lentini, Falso in bilancio

Per intervenuta amnistia

Falsa testimonianza P2

Terreni Macherio, imputazione per uno dei due falsi in bilancio

Sentenze di assoluzione

Caso All Iberian 2 – falso in bilancio (assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato in seguito alle riforme del Governo Berlusconi II)

Sme-Ariosto 1 – imputazione su vendita Iri, corruzione giudiziaria

4 Tangenti alla Guardia di Finanza (assolto per non aver commesso il fatto)

Medusa cinematografica, falso in bilancio (assolto in quanto per la sua ricchezza potrebbe non essere stato al corrente dei fatti contestati)[5]

Sme-Ariosto 2, falso in bilancio

Sme-Ariosto 1 – imputazione su due versamenti a Renato Squillante, corruzione giudiziaria (assolto per non aver commesso il fatto, assolto perché il fatto non sussiste)

Terreni Macherio, imputazione per appropriazione indebita, frode fiscale, e uno dei due falsi in bilancio

Procedimenti archiviati

Consolidato Fininvest, falso in bilancio (prescrizione raggiunta in base alla nuova legge sul falso in bilancio)

spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest

traffico di droga

tangenti fiscali Pay-tv

Stragi 92-93, concorso in strage

Concorso esterno in associazione mafiosa assieme a Marcello Dell’Utri, riciclaggio di denaro sporco

Procedimenti in corso

Diritti televisivi, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita;

Mazzette a David Mills, corruzione giudiziaria.

Contrastante è invece il caso Telecinco, come si legge più in basso.

Dettagli sui procedimenti

Traffico di droga

Nel 1983 dopo essere stato fermato in autostrada da una pattuglia di carabinieri, Berlusconi fu trovato in possesso di “materiale ambiguo” e, nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, furono messi sotto controllo i suoi telefoni. L’indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.

Falsa testimonianza

Nel corso di un processo penale per diffamazione, avviato da una querela di Berlusconi per via di un articolo comparso sulla rivista Epoca nel 1987, il querelante riferì all’Autorità giudiziaria, sotto giuramento, di non aver corrisposto alcunché a Licio Gelli all’atto di iscriversi alla sua Loggia massonica, la P2, nel 1981.[6]

I giornalisti imputati, tutti assolti, a loro volta presentarono un esposto presso la Pretura di Verona contro Berlusconi, affinché nei confronti di quest’ultimo fosse avviato un procedimento penale per falsa testimonianza.

Il 22 luglio del 1989 il pretore Gabriele Nigro firmò una sentenza istruttoria di non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato.

Tale decisione veniva impugnata presso la Sezione istruttoria della Corte d’Appello di Venezia la quale nel 1990, essendo stata varata un’amnistia nei primi mesi di quello stesso anno, dichiarava il reato contestato a Berlusconi estinto a causa del suddetto provvedimento parlamentare.[7]

Tale decisione è stata poi confermata dalla Corte di Cassazione nel 1991[senza fonte].

Tangenti alla Guardia di finanza

Silvio Berlusconi è stato accusato di concorso in corruzione, reato che sarebbe stato perpetrato mediante il versamento di alcune tangenti ad ufficiali della Guardia di Finanza impegnati in verifiche fiscali presso quattro aziende dell’imprenditore milanese. Gli episodi contestati sarebbero risaliti, secondo quanto prospettato dall’accusa, al 1989 (tangente per Videotime), al 1991 (Mondadori), al 1992 (Mediolanum) e al 1994 (Tele+).

Il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, che aveva ricevuto un invito a comparire presso la Procura di Milano per il 22 novembre 1994 davanti al PM Antonio Di Pietro [8], è datato 14 ottobre 1995.[9]

In primo grado il processo, cominciato il 17 gennaio 1996[10], si era concluso, il 7 luglio del 1998, con una condanna, per tutti i capi d’accusa, a 2 anni e 9 mesi di reclusione complessivi.[11]

Il giudizio di Appello, emesso il 9 maggio del 2000, aveva ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo Berlusconi (con la formula per non aver commesso il fatto) per la vicenda Tele+ e prosciogliendolo con riguardo ai tre residui capi d’imputazione (per intervenuta prescrizione dovuta alla concessione delle attenuanti generiche).[12]

Il 19 ottobre 2001 la Corte di Cassazione assolve l’imputato per tutti e quattro i capi d’accusa (con la formula per non aver commesso il fatto).[13]

Processo All Iberian

Il 12 luglio 1996 Silvio Berlusconi viene rinviato a giudizio per i reati di finanziamento illecito a un partito politico e falso in bilancio aggravato.[14] Secondo la prima accusa, Silvio Berlusconi avrebbe versato illecitamente 22 miliardi di lire, tra il gennaio 1991 e il novembre 1992, al Partito Socialista Italiano guidato da Bettino Craxi (coimputato nel processo per il medesimo reato). Il denaro sarebbe partito da fondi occulti della società berlusconiana Finivest per finire nei conti svizzeri del PSI.

Quanto al falso in bilancio Fininvest, Berlusconi avrebbe perpetrato questo reato a partire dal 1989 fino al 1996, mediante il controllo di una serie di operazioni volte a trasferire ingenti somme di denaro (migliaia di miliardi di lire) all’estero attraverso l’utilizzo di numerosissime società offshore, con lo scopo, talvolta, di reimpiegare detto denaro in altre attività illecite.[15]

Il processo All Iberian, dal nome della società dietro cui alcuni testimoni d’accusa hanno sostenuto si celasse Fininvest, ebbe inizio il 21 novembre 1996.[16] Tuttavia, per una violazione di legge operata dalla magistratura requirente, che non aveva reso possibile alla società Fininvest di partecipare al processo in qualità di parte offesa, il 17 giugno 1998, circa un mese prima della prevedibile emissione della sentenza di primo grado, il processo fu diviso in due tronconi[17]: da una parte sarebbe proseguito il giudizio sulla presunta violazione della legge sul finanziamento dei partiti politici (cosiddetto processo All Iberian 1); dall’altra, la violazione procedurale ha comportato l’azzeramento del processo per la parte relativa al falso in bilancio, che è pertanto ricominciato nel gennaio 1999[18] (cosiddetto processo All Iberian 2).

All Iberian 1 (finanziamento illecito al PSI)

Finché il processo All Iberian è stato trattato unitariamente, il reato asseritamente commesso fino al 1992, ancorato al falso in bilancio contestato fino al 1996, non presentava particolari problemi in tema di estinzione per prescrizione. Avvenuta la separazione dei processi, però, il finanziamento illecito fu perseguito da solo, con la conseguenza che il termine prescrizionale di sette anni e mezzo sarebbe decorso dal 1992, mettendo in pericolo la pronuncia di una sentenza definitiva di merito.

Nel processo di primo grado, concluso il 13 luglio del 1998, il proscioglimento per prescrizione era stato dichiarato solo per il versamento di 10 dei 22 miliardi di lire contestati; per la restante parte dell’accusa Berlusconi era stato condannato a 2 anni e quattro mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 10 miliardi di lire.[19]

Il processo All Iberian si è concluso il 22 novembre 2000, quando la Corte di Cassazione, confermando la sentenza d’Appello emessa il 26 ottobre 1999[20], ha dichiarato il proscioglimento dell’imputato per intervenuta prescrizione del reato[21].

All Iberian 2 (falso in bilancio aggravato)

Oltre a dover ricominciare da zero per un vizio procedurale, come deciso dai giudici nel giugno del 1998, la seconda tranche del processo All Iberian dovette una seconda volta essere azzerato in quanto, il 12 marzo 1999, il tribunale, accogliendo un’eccezione relativa alla «totale indeterminatezza dei fatti» contestati, dichiarò nullo in precedente rinvio a giudizio per una «sostanziale equivocità dell’imputazione», rinviando il procedimento alla fase dell’udienza preliminare.[22]

Il nuovo rinvio a giudizio portava la data del 24 novembre 1999, e fissava l’inizio del processo di primo grado al 7 aprile 2000.[23] Ma una pronuncia della Cassazione del 9 febbraio 2001, rilevata l’incompatibilità di un giudice con il processo[24], riportò nuovamente il giudizio all’apertura del dibattimento. Dibattimento che riprese, davanti ad un nuovo giudice, il 22 febbraio dello stesso anno.

Il processo All Iberian 2 si è definitivamente concluso con l’assoluzione di Silvio Berlusconi (con formula perché il fatto non costituisce più reato in seguito alla riforma del diritto societario del Governo Berlusconi) emessa dal Tribunale di Milano il 26 settembre 2005.

Il processo All Iberian 2 è stato ed è tuttora un argomento di polemica politica. Lo schieramento del centrosinistra (e con esso i suoi sostenitori), infatti, ha accusato il Parlamento di aver approvato delle leggi ad personam, ossia delle norme che sarebbero state emanate al solo scopo di influire sui processi pendenti nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi.

Le polemiche cominciarono già a seguito dell’emanazione della legge 367 del 2001 sulle rogatorie internazionali, che si diceva avrebbe portato alla conclusione anticipata del processo per sopravvenuta inutilizzabilità di alcuni documenti, ritenuti decisivi dall’accusa, provenienti dalla Svizzera. Tuttavia, la polemica non trovò conferma nei fatti. I documenti, infatti, furono utilizzati dal Tribunale a norma della stessa legge criticata.[25]

Successivamente alla riforma del diritto societario, approvata dal Parlamento sotto il governo presieduto da Berlusconi, i critici del centrodestra rinnovarono la loro accusa al Parlamento, reo, a loro dire, di aver legiferato così da venire incontro ai desiderata giudiziari di Silvio Berlusconi.

L’applicazione della nuova normativa in materia di falso in bilancio, infatti, ed in particolare dei riformulati articoli 2621 e 2622 del codice civile, ha reso la condotta imputata a Berlusconi non più perseguibile penalmente. La norma infatti prevede la perseguibilità del reato a querela di parte, querela che non era stata presentata a suo tempo e che avrebbe costretto i giudici a prosciogliere l’imputato per difetto di causa di procedibilità. Il Tribunale, invece, ritenne di accogliere le richieste della difesa – l’accusa aveva chiesto che Berlusconi venisse prosciolto per prescrizione del reato[26] – volte ad ottenere la più ampia formula assolutoria (la citata il fatto non costituisce più reato). Con la riforma, infatti, il reato di falso in bilancio, che vedeva ridursi i termini prescrizionali, è diventato perseguibile solo quando l’entità della falsa dichiarazione sia tale da aver creato degli effetti nocivi, non bastando che questi effetti rimangano potenziali.[27][28]

Processo Lentini (falso in bilancio)

Nel gennaio del 1995 Silvio Berlusconi è stato indagato per il reato di falso in bilancio, perpetrato attraverso il versamento “in nero” di una decina di miliardi di lire dalle casse della squadra di calcio del Milan a quelle del Torino per l’acquisto del giocatore Gianluigi Lentini.[29]

Secondo l’accusa, in particolare, i bilanci della società Milan sarebbero stati «fraudolentemente falsificati» negli anni 1993 e 1994; successivamente, inoltre, la magistratura inquirente ha ritenuto di estendere le accuse di irregolarità dei bilanci al periodo compreso tra il 1991 e il 1997.

Il 28 maggio 1998 Berlusconi viene rinviato a giudizio presso il Tribunale di Milano.[30] Il processo sarebbe dovuto iniziare l’8 luglio del 1999, ma uno sciopero degli avvocati iniziato quello stesso giorno e protrattosi per quasi un mese ne fece slittare l’apertura al giugno del 2000.[31]

Il 4 luglio 2002 il processo si conclude definitivamente con il proscioglimento di Berlusconi per intervenuta prescrizione del reato.[32]

Il proscioglimento di Berlusconi è stato ed è tuttora un argomento di polemica politica. Il processo, infatti, si è interrotto quando ancora il dibattimento era in pieno svolgimento ed una sentenza di primo grado dunque era ben lungi dall’essere emanata.[33] Tale conclusione anticipata è dovuta al fatto che nel gennaio 2002 il Consiglio dei Ministri del governo presieduto da Berlusconi approvò, rendendole immediatamente operative, le nuove norme in materia di riforma del diritto societario, in ossequio alla legge delega approvata dal Parlamento nell’ottobre 2001 che imponeva al governo di adottare le nuove misure entro il 3 ottobre del 2002.[34]

La riforma del diritto societario ha comportato una diversa valutazione del reato di falso in bilancio, con modifiche incidenti anche in materia di prescrizione. Se dunque prima della riforma il reato contestato a Berlusconi si sarebbe prescritto nel 2004 (dopo sette anni e mezzo dalla supposta commissione), adesso i termini erano ridotti di tre anni.[35] Pertanto, il Tribunale non ha potuto che adempiere all’obbligo, contenuto nell’articolo 129 del Codice di procedura penale, di dichiarare la presenza di una causa di estinzione del reato in ogni stato e grado del processo.[36] Per tale ragione, il governo è stato accusato di aver approvato una legge ad personam.

Medusa cinematografica

Berlusconi è accusato di comportamenti illeciti nelle operazioni d’acquisto della società Medusa cinematografica, per non aver messo a bilancio 10 miliardi. In primo grado è condannato a 1 anno e 4 mesi per falso in bilancio. Assoluzione nel giudizio di appello, con sentenza confermata dalla Cassazione.

Falso in bilancio nell’acquisto dei terreni di Macherio

Berlusconi è accusato di appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio per l’acquisto dei terreni intorno alla sua villa di Macherio. In primo grado è assolto dai reati di appropriazione indebita e di frode fiscale. Per le due imputazioni di falso in bilancio contestate scatta la prescrizione. In appello è confermata l’assoluzione per i due primi reati; è assolto per uno dei due falsi in bilancio, per il secondo si applica l’indulto.

Lodo Mondadori

Berlusconi era accusato (assieme a Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora e Vittorio Metta) di concorso in corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter del codice penale), per aver pagato i giudici di Roma in modo da ottenere una decisione a suo favore nel giudizio di impugnazione per nullità del Lodo Mondadori, dal cui esito dipendeva la proprietà della casa editrice.

La posizione di Silvio Berlusconi è stata stralciata in seguito alla sua nomina a Presidente del Consiglio, e ad interminabili contrasti tra il Tribunale di Milano, la Procura della Repubblica presso lo stesso Tribunale e la Presidenza del Consiglio, che hanno portato anche all’intervento della Corte Costituzionale in sede di soluzione di confitti di attribuzione tra poteri dello Stato.

Il giudice dell’udienza preliminare Rosario Lupo ha deciso l’archiviazione del caso. La Corte d’appello, su ricorso della procura, decide nel giugno 2001 che per Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; in primo grado Cesare Previti è stato condannato, mentre per questo stesso episodio Berlusconi, grazie alla concessione delle attenuanti generiche, ha ottenuto la prescrizione del reato di corruzione semplice (poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le attenuanti generiche, scatta dopo 7 anni e mezzo) ed ha evitato la condanna. La sentenza di appello del processo Mondadori a carico di Previti, confermata dalla Cassazione, dice esplicitamente che il Cavaliere aveva “la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio”. Del resto la sentenza afferma che “la retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore”, cioè di Silvio Berlusconi.

I giudici della V sezione della Corte d’Appello hanno infatti ritenuto che nei confronti di Silvio Berlusconi fosse ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello più grave di corruzione in atti giudiziari, in quanto non sono stati provati i provvedimenti giudiziari oggetto della corruzione. Hanno inoltre confermato il riconoscimento delle attenuanti generiche, al quale consegue la prescrizione del reato. La Corte Suprema di Cassazione ha infine confermato la sentenza d’appello.

Segue un estratto della sentenza definitiva:

“Il rilievo dato [per concedere le attenuanti generiche] alle attuali condizioni di vita sociale ed individuale del soggetto [Berlusconi è nel frattempo diventato Presidente del Consiglio], valutato dalla Corte come decisivo, non appare per nulla incongruo”.[37]

Processo SME

Berlusconi era accusato di aver corrotto i giudici durante le operazioni per l’acquisto della Sme. Rinviato a giudizio insieme a Cesare Previti e Renato Squillante. Il processo di primo grado si è concluso con condanne per Previti e Squillante, dopo che la Cassazione ha respinto la richiesta di spostare il processo a Brescia o a Perugia, per legittimo sospetto, reintrodotto appositamente per legge nell’ottobre 2002. Un’altra legge, il “lodo Schifani“, votata nel giugno 2003, ha imposto la sospensione di tutti i processi a cinque alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio dei Ministri, ma è stata bocciata dalla Corte costituzionale perché incostituzionale. Stralciata la posizione di Berlusconi dal processo principale, il Tribunale di Milano ha ritenuto provati i fatti di corruzione, lo ha prosciolto per prescrizione sui soldi pagati a Squillante (capo A) e assolto per insussistenza del reato di corruzione ai fini della mancata vendita della SME (capo B). Previti invece viene condannato.

Processo SME – Capo di accusa A

Per il capo di accusa A del suddetto processo SME Silvio Berlusconi viene prosciolto in primo grado per prescrizione in ordine ad alcuni punti del capo medesimo, ed assolto in ordine ad altri.

Questa conclusione è maturata anche grazie alle rogatorie internazionali giunte dalla Svizzera. Esse furono oggetto di aspro confronto, in quanto Berlusconi ha sempre sostenuto che fossero documenti falsificati. Durante il processo, il governo Berlusconi II varò una legge che introduceva norme più rigorose per accertare l’autenticità e la provenienza delle rogatorie internazionali, suscitando la reazione delle opposizioni che giudicavano tale legge un provvedimento inutile o addirittura escogitato ad arte per rendere più difficile alcuni processi.

I documenti in questione provavano la sussistenza di versamenti di 434.404 dollari effettuati da un conto della Fininvest ad uno di Previti, dal quale infine giunsero ad un conto di Squillante.

Al termine del processo i giudici, pur ritenendo che Berlusconi avesse commesso il fatto-reato imputatogli, gli concedettero le attenuanti generiche, che tra gli altri effetti dimezzano i termini di prescrizione di quel reato da quindici anni a sette anni e sei mesi; il reato commesso è risultato così estinto per prescrizione, situazione giuridicamente differente dall’assoluzione, anche se porta ad effetti pratici simili.

Di seguito il dispositivo della sentenza formulato il 10 dicembre 2004 dai giudici della Prima Sezione Penale di Milano:

Visto l’articolo 531 c.p.p. dichiara non doversi procedere nei confronti di Berlusconi Silvio in ordine al reato di corruzione ascrittogli al capo A) limitatamente al bonifico in data 06-07 marzo 1991 perché, qualificato il fatto per l’imputato come violazione degli articoli 319 e 321 c.p. e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo stesso è estinto per intervenuta prescrizione; visto l’articolo 530 CO.2 c.p.p. assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione relativo al bonifico in data 26-29 luglio 1988 contestato al capo A) per non aver commesso il fatto; visto l’articolo 530 c.p.p. assolve Berlusconi Silvio dagli altri fatti di corruzione contestati al capo A) per non aver commesso il fatto; Visto l’articolo 530 CO.2 c.c.c., assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione a lui ascritto al capo B) perché il fatto non sussiste.

Gli avvocati di Berlusconi hanno fatto ricorso in appello per ottenere un’assoluzione piena. Il 27 aprile 2007 i giudici hanno assolto Silvio Berlusconi per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste.

Di seguito il dispositivo della sentenza: «La corte, visto l’articolo 605 cpp, in riforma della sentenza del tribunale di Milano in data 10 dicembre 2004, assolve Silvio Berlusconi dal reato a lui ascritto sub capo A) ai sensi dell’articolo 530 comma 2 del codice di procedura penale, per non aver commesso il fatto, e dal reato a lui ascritto sub capo B) ai sensi dell’articolo 530 comma 1 cpp perché il fatto non sussiste».

Il ricorso della procura di Milano contro la sentenza di assoluzione viene rigettato dalla VI sezione penale della Corte di Cassazione il 26 ottobre 2007. Berlusconi esce così assolto definitivamente da questo processo. Non vi è dubbio, invece, che Cesare Previti, con fondi della Fininvest, ha versato tangenti a magistrati romani per pilotare un giudizio cui la stessa azienda era interessata.

Spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest

Berlusconi era accusato di aver indotto la Rai, da presidente del Consiglio dei Ministri, a concordare con la Fininvest i tetti pubblicitari, per ammorbidire la concorrenza. La Procura di Roma, non avendo raccolto prove a sufficienza per il reato di concussione, ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

Tangenti fiscali sulle pay-tv

Berlusconi era accusato di aver pagato tangenti a dirigenti e funzionari del ministero delle Finanze per ridurre l’Iva dal 19 al 4 per cento sulle pay tv e per ottenere rimborsi di favore. La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

Stragi del 1992-1993

La Procura di Firenze ha indagato per molti anni (fino all’agosto 1998) sui mandanti a volto coperto delle stragi:

del 14-5-93 a Maurizio Costanzo (via Fauro, Roma)

attentato agli Uffizi del 27-5-93 (via de’ Georgofili, Firenze)

attentato al Padiglione di Arte Contemporanea del 27-7-93 (Via Palestro, Milano)

di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Roma, 28-7/93)

allo stadio Olimpico (dicembre 1993 – gennaio 1994)

a Formello-Roma (attenato a Salvatore Cotorno, 14-4-94)

La procura di Firenze iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (con il soprannome AUTORE 1 e AUTORE 2), considerati mandanti delle suddette stragi. Il Pm di Firenze chiese l’archiviazione del procedimento al termine delle indagini preliminari, accolta dal GIP territoriale benché “le indagini svolte abbiano consentito l’acquisizione di risultati significativi” e sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità“.

A Caltanissetta Berlusconi e Dell’Utri furono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi di Via D’Amelio (Paolo Borsellino) e Capaci (Giovanni Falcone). Le indagini sono partite da:

le dichiarazioni di Salvatore Cancemi

i verbali relativi ai rapporti con Vittorio Mangano

le dichiarazioni successive di Tullio Cannella e Gioacchino La Barbera

le dichiarazioni di Gioacchino Pennino e Angelo Siino

gli esiti delle indagini della Dia e del Gruppo Falcone e Borsellino

Il 3 maggio 2002 il fascicolo viene archiviato, su richiesta dello stesso PM, perché il quadro indiziario risulta friabile. Ma “gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra gli uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati“. Quell’atto non venne però firmato dall’altro pm che si era occupato delle inchieste e dei processi sulle stragi, Luca Tescaroli, contrario alle impostazioni della richiesta di archiviazione, soprattutto nella parte in cui si sostiene che le dichiarazioni dei principali pentiti della strage, Cancemi e Brusca, erano “contrastanti”.[38]

Una tesi che è stata confermata anche nella sentenza d’appello della strage di Capaci dove i giudici scrissero tra l’altro che le dichiarazioni di Brusca e Cancemi erano “convergenti” e che era necessario indagare ancora “nelle opportune direzioni per individuare i convergenti interessi di chi era in rapporto di reciproco scambio con i vertici di Cosa nostra”.[39]

Concorso esterno in associazione mafiosa

La procura di Palermo ha indagato su Silvio Berlusconi e su Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Nel 1998 il procedimento è stata archiviato al termine delle indagini preliminari, che erano state prorogate per la massima durata prevista dalla legge. Dell’Utri, infine, è stato condannato a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; dagli atti risulta che Forza Italia sarebbe stata fondata per fornire nuovi agganci politici alla mafia e che Berlusconi sarebbe stato messo da Dell’Utri nelle mani della mafia fin dal 1974.

Il 26 luglio 2007 si è assistito alla ritrattazione del prof. Giuffrida, funzionario della Banca d’Italia e perito per conto della Procura della Repubblica nel processo di Palermo che vedeva imputato il senatore Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, in merito alle conclusioni da questi rassegnate ai Giudici circa l’oscura provenienza di ingenti quantitativi di denaro (113 miliardi di lire dell’epoca), nelle casse della Fininvest nella seconda metà degli Anni 1970.

Giuffrida, che era stato querelato per diffamazione per le sue dichiarazioni al processo, giunge ad un accordo transitivo con Mediaset, in cui si riporta che “‘il dott. Giuffrida […] riconosce i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni rese al dibattimento ed inoltre che le predette operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest” e che Fininvest/Mediaset prendono atto “che i limiti della consulenza del dott. Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza ma da eventi estranei alla sua volontà – scadenza dei termini e successiva archiviazione del procedimento – che lo hanno indotto a conclusioni parziali e non definitive“.

I legali di Giuffrida nel processo per diffamazione hanno comunque emesso una dichiarazione, riportata dall’ANSA, in cui sostengono di essere stati avvertiti solo pochi giorni prima (il 18 luglio) del fatto che i legali Mediaset avevano proposto una transazione al loro assistito, di non condividere né quel primo documento (“una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali”), nè la versione definitiva leggermente corretta (“non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute“).

La perizia di Giuffrida era stata ritenuta dai giudici già al tempo solo basata su “una parziale documentazione”, ma era stata ritenuta valida anche in virtù del fatto che non aveva “trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri”, in quanto lo stesso professor Paolo Iovenitti (perito della difesa), davanti alle conclusioni di Giuffrida, aveva ammesso che alcune operazioni erano “potenzialmente non trasparenti” e non aveva “fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest“.[40] [41]

Tale ritrattazione, contenuta nell’accordo transattivo raggiunto dai legali Mediaset ed il prof. Giuffrida a composizione della controversia instaurata dalla Mediaset stessa per diffamazione, non consente comunque di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla provenienza dei capitali del gruppo societario facente capo a Silvio Berlusconi.

Diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo

Silvio Berlusconi risulta attualmente indagato dalla procura di Roma per diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo, in relazione alla vicenda delle dichiarazioni dell’allora Premier in merito alle relazioni tra le cosiddette Cooperative Rosse e camorra durante una intervista rilasciata il 3 febbraio 2006 ad una emittente nazionale. L’iscrizione è avvenuta in seguito alla querela presentata dal presidente della Lega Nazionale delle Cooperative Poletti.

Telecinco (in Spagna)

In Spagna, Silvio Berlusconi, con altri manager Fininvest, è accusato di violazione della legge antitrust, frode fiscale e reati vari (es. riciclaggio di denaro) per l’emittente Telecinco da lui fondata. Il processo è stato sospeso dal 2001 al 2006 (cio non comporta la prescrizione) per non interferire nelle relazioni fra Italia e Spagna, ma ad aprile 2006 è ripreso, tornando nelle mani del giudice Baltasar Garzón che per primo ha avviato il procedimento.

Compravendita diritti televisivi

I PM Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che hanno collezionato 50.000 pagine di atti con rogatorie in 12 paesi, hanno richiesto il rinvio a giudizio per 14 indagati:

Silvio Berlusconi (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio)

Fedele Confalonieri (falso in bilancio)

Frank Agrama (uomo di “appoggio” Fininvest in America)

David Mills (marito di un ministro del governo Blair)

Daniele Lorenzano (capoacquisti Finivest)

Erminio Giraudi (mercante di carni a Montecarlo)

Paolo del Bue (banchiere svizzero)

Giancarlo Foscale e Candia Camaggi (cugino del Cavaliere e consorte, responsabili della finanza svizzera)

altri dirigenti di Fininvest e Mediaset.

Oltre a queste sono state stralciate (cioè verranno contestate in procedimento separato) le posizioni di Marina Berlusconi (assurta a presidente Mediaset) e Piersilvio Berlusconi, accusati di riciclaggio.

Dall’indagine All Iberian nasce questo filone d’inchiesta su due società estere collegate alla Silvio Berlusconi Finanziaria (società lussemburghese), la Century One e la Universal One. Sui conti di tali società hanno lasciato l’ultima traccia i fondi neri “distratti su conti bancari in Svizzera, Bahamas e Montecarlo, [..] nella disponibilità degli indagati [..] e gestiti da fiduciari di Berlusconi”. La cresta sulla compravendita dei diritti di film made in USA avveniva, secondo l’ipotesi accusatoria, in modo illegale: Mediaset non li comprava direttamente ma da società offshore (Century One e Universal One e altre come la Wiltshire Trading e la Harmony Gold) che a loro volta li cedevano ad altre società gemelle, facendo lievitare il prezzo ad ogni passaggio. La differenza tra il valore reale e quello finale consentiva di mettere da parte fondi neri.

Berlusconi avrebbe intascato fondi neri (280 milioni di euro in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri e fiorini olandesi) in nero, senza pagarvi le tasse e frodando i propri azionisti (falso in bilancio). Ma la difficoltà maggiore per i PM è stato capire come avvenivano tali operazioni, considerato che il premier ha lasciato tutte le cariche sociali nel 1993. Berlusconi avrebbe continuato a occuparsi delle società tramite prestanome. L’ipotesi accusatoria è suffragata dalle testimonianze di Carlo Bernasconi (capo della Silvio Berlusconi Communications), Oliver Novick (responsabile della Direzione Corporate Development) e Marina Camana (segretaria di Bernasconi che, secondo le rivelazioni dell’Espresso, ha raccontato proprio che le indicazioni per gli acquisti venivano da Arcore).

Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici della Mediatrade spa, cioè la società controllata dal Gruppo Berlusconi che ha preso il posto, a partire dal febbraio 1999, Mediaset e la Maltese Ims nell’acquisto dei diritti TV. La procura avrebbe scoperto massici trasferimenti di denaro della Wiltshire Trading (società intestata ad Agrama) a favore di conti svizzeri di personaggi Mediaset(denominati “Leonardo”, “Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Clock” e “Pache”). Questo nuovo filone nasce dalla testimonianza di un ex dirigente Paramount, Bruce Gordon, che definisce Agrama come “agente di Berlusconi” e “rappresentante Fininvest“. Farouk Mohamed Agrama, detto Frank, è considerato l’interfaccia di Lorenzano (ex capoacquisti di Mediaset) negli USA.

Secondo la procura l’accumulazione dei fondi neri sarebbe continuata anche oltre il 1999, fino al 2002 cioè quando Berlusconi era già Presidente del consiglio. Berlusconi e Mills sono accusati di corruzione in atti giudiziari. Si legge nell’atto notificato il 16 febbraio 2006:

“Deponendo Mills in qualità di testimone nei processi ‘Arces + altri’ e ‘All Iberian’, accettava la promessa e successivamente riceveva da Carlo Bernasconi (manager Fininvest, morto nel 2001, ndr), a seguito di disposizione di Silvio Berlusconi, la somma di 600mila dollari, investita dallo stesso Mills in unità del fondo Giano Capital e l’anno successivo reinvestita nel Torrey Global Offshore Fund, per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio di testimone: come in effetti faceva affermando il falso e tacendo in tutto o in parte ciò che era a sua conoscenza in ordine al ruolo di Silvio Berlusconi nella struttura di società offshore creata dallo stesso Mills, struttura fuori bilancio utilizzata nel corso del tempo per attività illegali e operazioni riservate del gruppo Fininvest“.

Davanti ai giudici, in particolare, Mills “ometteva di dichiarare quanto a sua conoscenza in ordine alla proprietà e al controllo delle società offshore del Fininvest B group e di conseguenza non rivelava che delle stesse erano beneficiari Silvio Berlusconi, Carlo Bernasconi e Livio Gironi, e che il controllo sulle stesse era esercitato da fiduciari della famiglia Berlusconi”; inoltre “ometteva di riferire la circostanza del colloquio telefonico intercorso nella notte del 24 novembre 1995 con Silvio Berlusconi in ordine alla società All Iberian e al finanziamento da 10 miliardi di lire erogato tramite All Iberian a Bettino Craxi“.

Bugie ricompensate, secondo la Procura, con quei 600.000 dollari riciclati da Mills in fondi riservati.

Note e Approfondimenti

^ Silvio Berlusconi intervistato da Bruno Vespa nel libro La scossa (Bruno Vespa, 2001, Mondadori, ISBN).

^ Dichiarazioni del 21 luglio 1994, 5 aprile 1995, 16 gennaio 1996, 8 agosto 1998, 17 marzo 1999 riportate sul libro Le mille balle blu, pp. 73, 77-79, 87 (Peter Gomez e Marco Travaglio, 2006, Rizzoli, ISBN).

^ Fedele Confalonieri intervistato su la Repubblica del 25 giugno 2000, p.11: «La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel Lodo Mondadori».

^ Le mille balle blu, pp. 463-464 (Peter Gomez e Marco Travaglio, 2006, Rizzoli, ISBN).

^ ««Patrimonio ingente, Berlusconi non sapeva»»Corriere della Sera , 11-07-2000.

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/02/14/berlusconi-dal-giudice-per-un-interrogatorio-sull.html

^ Berlusconi, inchiesta sul signor TV di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino – Kaos Edizioni Milano, 1994 http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/inchieste/003campoli.htm

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/11/23/presidente-accusiamo.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/10/15/un-passo-indietro-obbligato.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/01/16/processo-berlusconi-ressa-di-tv.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/07/08/berlusconi-colpevole.html

^ http://www.repubblica.it/online/politica/macherio/finanza/finanza.html

^ http://www.repubblica.it/online/politica/macherio/assolto/assolto.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/07/13/berlusconi-craxi-alla-sbarra.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/01/30/proprieta-occultate-nei-paradisi-fiscali.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/11/22/anja-pieroni-riprese-vietate-ai-minori.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/06/18/all-iberian-diviso-il-processo.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/01/13/tv-nuove-accuse-alla-fininvest.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/07/14/craxi-berlusconi-condannati-insieme.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/10/27/all-iberian-prescrizione.html

^ La Corte non ha ritenuto di assolvere l’imputato nel merito in quanto «la prova della innocenza era incompleta ed erano necessari ulteriori attività istruttorie»; attività che non sono consentite in sede di giudizio di legittimità http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/12/20/berlusconi-innocente-meta.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/03/13/all-iberian-bocciato-il-pool.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/11/24/all-iberian-berlusconi-giudizio.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/02/10/all-iberian-tutto-da-rifare.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/11/13/rogatorie-siluro-alla-legge.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/20/all-iberian-anche-il-pm-dice-si.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/09/27/quel-reato-non-esiste-piu-all-iberian.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/09/27/all-iberian-berlusconi-si-salva.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/02/01/fondi-neri-indagati-berlusconi.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/05/29/processo-per-lentini.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/07/09/saltano-processi-di-tangentopoli.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/05/caso-lentini-reati-prescritti.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/03/12/falso-in-bilancio-depenalizzato-processo-lentini-verso.html

^ http://www.parlamento.it/leggi/01366l.htm

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/05/caso-lentini-reati-prescritti.html

^ Codice di procedura penale, articolo 129 (Obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità), primo comma: In ogni stato e grado del processo, il giudice, il quale riconosce che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità, lo dichiara di ufficio con sentenza http://www.altalex.com/index.php?idnot=36747

^ Si veda anche questo articolo de La Repubblica ed inoltre l’articolo Mondadori, storia d’una sentenza comprata di Marco Travaglio.

^ Mafia, Fininvest:”Teoremi smentiti”, articolo di Tgcom del 27 luglio 2007.

^ Il caso Giuffrida: Perché Berlusconi non dice dove ha preso i capitali Fininvest?, articolo di Marco Travaglio, del 1º agosto 2007, che cita tra le altre cose la nota dell’ANSA degli avvocati difensori di Giuffrida e le dichiarazioni dei giudici e di Paolo Iovenitti.

18 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

Retequattro potrà tenersi le sue frequenze, il ricorso di Europa 7 viene respinto perchè «tardivo».

La mancata assegnazione di frequenze per Europa 7 vale 3,5 miliardi


DA:  sole24ore      3 giugno 2008


La richiesta di frequenze da parte di Europa 7 merita una nuova «risposta motivata» dal Governo, che dovrà tener conto anche della sentenza della Corte di Giustizia Ue sul caso. La giustizia amministrativa non può imporre all’esecutivo l’assegnazione di frequenze, ma solo pronunciarsi su un eventuale risarcimento danni: 2,169 miliardi in caso di attribuzione delle frequenze, 3,5 miliardi in caso contrario. La decisione arriverà dopo la risposta del Governo e l’udienza è prevista per il 16 dicembre, quando dovrebbe essere pervenuta anche la documentazione aggiuntiva chiesta al ministero e all’Agcom (entro il 15 ottobre).
Retequattro, comunque, potrà tenersi le sue frequenze: il ricorso di Europa 7 che puntava ad annullarne l’autorizzazione a trasmettere viene respinto perchè «tardivo».
La lettura dei testi delle sentenze con le quali il Consiglio di Stato si è espresso il 31 maggio sull’annosa vicenda di Europa 7 (l’emittente che nel 1999 vinse la gara per una concessione nazionale ma che non ha mai potuto trasmettere per mancanza di frequenze) conferma dunque le anticipazioni contenute nel comunicato stampa diffuso sabato scorso.

I giudici di Palazzo Spada giudicano «inammissibile» la richiesta di Europa 7 di condannare direttamente il ministero dello Sviluppo economico (che ha assorbito anche le competenze del dicastero delle Comunicazioni) a un «facere» specifico, cioè all’assegnazione della rete o delle frequenze. La «strada corretta» da seguire, spiegano, è la richiesta al ministero di «porre in essere ogni adempimento necessario all’attribuzione di frequenze e di reagire contro l’eventuale inerzia o diniego espresso». Un percorso già intrapreso da Europa 7 con una diffida e poi con l’impugnazione della nota con la quale, già nel 1999, il ministero rispose di no alla sua richiesta di frequenze. Nel 2004 il Tar accolse il ricorso dell’emittente: quella sentenza, contro la quale si è appellata Mediaset, viene confermata oggi dal Consiglio di Stato.
A questo punto il ministero, «unitamente all’Autorità», dovrà «rideterminarsi sull’istanza di Europa 7», «con piena applicazione della sentenza della Corte di Giustizia».
Interpellata dallo stesso Consiglio di Stato (che le ha chiesto un parere «con esclusivo riferimento alla domanda di risarcimento per equivalente»), la Corte di Strasburgo «ha ritenuto contrastante con il diritto comunitario una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori».
Il ministero dovrà chiarire, tra l’altro, come ha risposto all’attuale sentenza del Consiglio di Stato; quali frequenze si sono rese disponibili dal 2000 a oggi e quali modalità di assegnazione sono state adottate; qual è la situazione della concessione di Europa 7, che secondo l’amministrazione è scaduta nel 2005 (aspetto sul quale pende ancora un contenzioso di primo grado). Anche l’Autorità dovrà produrre una relazione su tali questioni, precisando i motivi per cui non ha adottato il piano frequenze, come prevedeva invece la concessione rilasciata a Europa 7. Infine, la stessa Europa 7 dovrà documentare l’attività svolta dal 1999 con i relativi bilanci, spiegando tra l’altro perchè non ha partecipato alla gara per l’assegnazione di frequenze bandita dall’ex ministro Paolo Gentiloni nel 2007.
Quanto al diritto di Retequattro a trasmettere, il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza con cui il Tar aveva bocciato il ricorso di Europa 7 che puntava all’annullamento dell’abilitazione concessa alla tv del gruppo Mediaset. Il motivo essenziale è rappresentato, spiega la sentenza, dalla «tardività» del ricorso di primo grado.

 

16 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , | Lascia un commento

Rete 4 rete pirata

Per lodo Retequattro si intende l’insieme delle sentenze espresse e leggi emanate riguardanti l’emittente italiana Retequattro, tutte non rispettate, per le quali il canale avrebbe dovuto lasciare libere le frequenze analogiche ad altre emittenti, mentre avrebbe potuto trasmettere liberamente in tutte le altre forme.

Dubbi di legittimità

Alla fine degli anni ’80 alcuni pretori tentarono di “spegnere” il segnale di alcune emittenti fra cui Rete4 sollevando dubbi sulla costituzionalità dell’embrionale legislazione che regolamentava in modo non organico l’emittenza televisiva in Italia. La Corte Costituzionale con sentenza del 1988 rigettò le eccezioni di incostituzionalità sollevate dalle preture, consentendo a Rete4 di continuare a trasmettere. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte ricordò tuttavia l’illegittimità della concentrazione dei mezzi d’informazione e sollecitò il legislatore a produrre un adeguato quadro normativo per l’emittenza radiotelevisiva.[1].

L’articolo 15, comma quarto, della Legge 6 agosto 1990 n. 223[2] vieta a un privato di controllare più del “25 per cento del numero di reti nazionali previste” e comunque non più di tre reti radiotelevisive, e soprattutto lo vieta a un editore di testate giornalistiche.
Dal momento dell’acquisto da parte di Fininvest della Mondadori e di Rete 4 si continua a discutere della legittimità per Retequattro di trasmettere, e di farlo per via analogica.


Una successiva sentenza della Corte Costituzionale dell’anno 1994 stabilì che proprio questo comma della Legge 6 agosto 1990 n. 223 era incostituzionale (per violazione dell’articolo 21 della Costituzione) e sollecitò il legislatore al fine di trovare una soluzione definitiva entro e non oltre l’agosto 1996, rispettando l’auspicio di aumentare il pluralismo informativo[3]. Secondo la sentenza, la legge del 1990 non risolveva i problemi di concentrazione evidenziati dalla precedente sentenza del 1988, in quanto le 3 reti possibili, su un massimo di 12, di cui 9 date in concessione ai privati, avrebbero continuato a permettere ad un unico soggetto (la cui situazione era già stata definita incostituzionale precedentemente) di controllare un terzo delle reti, ma anzi li aggravava, perché, in una situazione in cui vi è già una “posizione dominante”, fissando a 9 le reti usabili dai privati, rispetto all’assenza di limiti precedenti alla legge, si tiene “fuori dalla categoria dei soggetti privati concessionari […] ogni ulteriore emittente nazionale non utilmente collocata in graduatoria“, impedendo quindi l’accesso a possibili nuovi concorrenti che porterebbero un maggiore pluralismo.

L’inadeguatezza del limite alle concentrazioni emerge poi anche dal raffronto non soltanto con la normativa degli altri paesi, e soprattutto con quelli della Comunità europea (che hanno in larga prevalenza una disciplina più rigorosa e restrittiva), ma anche con la parallela disciplina nazionale dell’editoria. L’art. 3, lett. a), legge 25 febbraio 1985 n.67 considera come posizione dominante quella di chi editi (o controlli società che editino) testate quotidiane la cui tiratura nell’anno solare precedente abbia superato il 20% della tiratura complessiva dei giornali quotidiani in Italia; limite questo che si giustifica – al pari del limite dell’art.15, comma 4, per le emittenti televisive – con l’esigenza di salvaguardare il pluralismo delle voci. Però con questa rilevante differenza: che nel settore della stampa non c’è alcuna barriera all’accesso, mentre nel settore televisivo la non illimitatezza delle frequenze, insieme alla considerazione della particolare forza penetrativa di tale specifico strumento di comunicazione (sent. 148/81, paragr. 2 e amplius paragr. 3; già sent. 225/74, paragr. 4, e poi sent. 826/88, paragr. 9 e 16), impone il ricorso al regime concessorio.

Ed allora il grado di concentrazione consentito non può che essere inferiore in quest’ultimo settore per la ragione che l’esigenza di prevenire l’insorgere di posizioni dominanti si coniuga con l’inevitabile contenimento del numero delle concessioni assentibili. Ed invece – se si considera che dalla particolare disciplina posta dall’art. 1, comma 1, per l’ipotesi di titolarità di concessioni televisive in ambito nazionale e contestualmente di controllo di imprese editrici di quotidiani si deduce che la titolarità di una concessione è equiparata (nella valutazione discrezionale del legislatore) al controllo di imprese editrici di quotidiani con una tiratura pari all’8% della tiratura complessiva dei giornali in Italia – emerge che il limite del 25%, in principio, e del numero massimo di tre reti, allo stato, di cui all’art. 15, comma 4, cit. appare meno rigoroso del limite del 20% di cui all’art. 3, comma 1, cit.. Ciò da una parte ne svela l’incoerenza e quindi la irragionevolezza (art. 3 Cost.), d’altra parte ne conferma ulteriormente la inidoneità; questa peraltro aggravata dal rischio di ulteriore accentuazione della posizione dominante in ragione della possibilità per il titolare di tre emittenti nazionali di partecipare, sia pur come socio di minoranza, a imprese titolari di altre concessioni e ad imprese impegnate in altri settori dell’editoria.

[…]

Si impone quindi – per le ragioni finora esposte (e rimanendo assorbita la verifica degli altri parametri invocati dal giudice rimettente) – la dichiarazione di incostituzionalità del quarto comma dell’art. 15 cit. nella parte relativa alla radiodiffusione televisiva.

Con la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 15, comma 4, il valore del pluralismo, espresso dall’art. 21 Cost., si specifica già, come regola di immediata applicazione, nel divieto – in rapporto all’attuale assetto complessivo del settore televisivo – di titolarità di tre concessioni di reti nazionali su nove assentibili a privati (o dodici in totale) ovvero di titolarità del 25% del numero complessivo delle reti previste, mentre rimane nella discrezionalità del legislatore disegnare la nuova disciplina positiva di tale limite per colmarne la sopravvenuta mancanza.

Limite che dovrà essere rispettoso della regola suddetta e dell’esigenza costituzionale, ad essa sottesa, di necessaria tutela del pluralismo delle voci sicché, qualunque sia la combinazione dei parametri adottati, non sarà, allo stato, in alcun caso possibile che la risultante finale sia tale da consentire che un quarto di tutte le reti nazionali (o un terzo di tutte le reti private in ambito nazionale) sia concentrata in un unico soggetto. Ferma, quindi, la esclusione di un limite percentuale pari ad un quarto delle reti complessivamente disponibili, di per sè atto a consentire la ripartizione della emittenza privata fra una rosa ristrettissima di forti concentrazioni oligopolistiche, spetterà al legislatore – che sollecitamente dovrà intervenire – emanare una nuova disciplina della materia con forme a Costituzione, individuando i nuovi indici di concentrazione consentita e scegliendo tra le ipotesi normative possibili (come, ad esempio, riducendo il limite numerico delle reti concedibili ad uno stesso soggetto ovvero ampliando, ove l’evoluzione tecnicologica lo renda possibile, il numero delle reti complessivamente assentibili).

Peraltro, come già si è osservato, la dichiarazione di incostituzionalità non determina un vuoto di disciplina, vuoto che significherebbe un arretramento verso la mancanza di alcun limite alla titolarità di plurime concessioni. Rimane infatti pienamente efficace il decreto legge 323/93, e quindi resta ferma nel periodo di transizione – e limitatamente a tale periodo – la provvisoria legittimazione dei concessionari già assentiti con d.m. 13 agosto 1992 a proseguire nell’attività di trasmissione con gli impianti censiti. »

(sentenza della Corte Costituzionale n. 420, anno 1994)

Ma nel 1995 l’esito di un referendum popolare mantenne la situazione inalterata.

Nel 1997 la Legge 31 luglio 1997, n. 249[4] stabiliva che le “reti eccedenti“, ovvero Rete 4 e Tele+nero, potessero continuare a trasmettere anche dopo il limite dell’Aprile 1998, a patto che affiancassero alle trasmissioni analogiche quelle digitali (intese allora come cavo e satellite), per permettere un passaggio graduale a queste ultime. Le emittenti avrebbero poi dovuto rilasciare le frequenze analogiche entro un termine stabilito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La legge prevedeva anche che si determinassero e riassegnassero le concessioni per le frequenze che permettevano la copertura analogica di tutta la nazione.

Nel luglio 1999, l’imprenditore Francesco Di Stefano, dopo aver messo da parte i soldi derivati dalla precedente attività di syndication (12 miliardi di lire), decide di partecipare ad una gara pubblica per l’assegnazione delle frequenze televisive nazionali (in totale 11: 3 per la RAI e 8 per i gruppi privati)[5] con richiesta di 2 reti televisive: Europa 7 e 7 plus. Riesce a vincere una concessione per Europa 7, al posto di Rete 4, il quale perde così il diritto di trasmettere. La commissione ministeriale della gara nega la richiesta per 7 plus, ma Francesco di Stefano fa ricorso al Consiglio di Stato, il quale ordina al ministero di dare anche una seconda concessione. Al contrario dei vincitori di concessione che già trasmettevano (come la Rai o Canale 5 e Italia 1), e che in base alle norme potevano continuare ad impiegare le loro attuali frequenze e considerare quelle come assegnate dalla concessione, Europa 7 è un soggetto nuovo, e quindi deve attendere il piano di assegnazione delle frequenze per poter iniziare le trasmissioni sulle bande che gli verranno assegnate dal piano stesso. Il ministero stesso, in una nota del 22 dicembre 1999, si impegnava con Centro Europa 7 perché in breve tempo si arrivasse “di concerto con l’Autorità, alla definizione del programma di adeguamento al piano d’assegnazione delle frequenze

In ogni caso, fino ad oggi (maggio 2008), Europa 7 non è riuscita ancora a trasmettere: il ministero, contravvenendo al risultato della gara pubblica, non concesse le frequenze, e con un’autorizzazione ministeriale del 1999 (non prevista da nessuna legge) permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche a Rete 4, che in base alla gara pubblica non ne aveva diritto. Così comincia da parte della società Europa 7 una serie di ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale.

Nel novembre 2002, interviene la Corte Costituzionale, a cui viene chiesto di valutare la costituzionalità degli articoli art. 3, comma 6 e 7, della legge 31 luglio 1997, n. 249[4], che permettono a chi ha un numero di reti superiore alle due massime previste di prorogare le trasmissioni in analogico, a patto che a queste si inizino ad affiancare le trasmissioni in digitale, fino ad un termine che doveva essere deciso dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La corte con la sentenza 466/2002 [6], conferma, come già affermato nel 1994 [7], che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive e le reti eccedenti (in questo caso Rete 4 e Tele+nero), devono cessare la trasmissione in via analogica terrestre. La Corte specifica anche che un accentramento di reti è anche ben più grave che nel 1994, essendoci state allora 12 frequenze nazionali disponibili in chiaro, mentre nel 2002 (quando viene emessa la sentenza) ve ne sono solo 11 disponibili, alcune delle quali peraltro assegnate a emittenti che trasmettono in forma criptata. La Corte, tuttavia ritiene non incostituzionale l’art 3 comma 6 (che ammette le proroghe), ma incostituzionale l’art. 3 comma 7 (per cui la fissazione della proroga al poter usare le frequenze terresti prima del trasferimento obbligatorio alle trasmissioni digitali non era fissato dalla legge e la sua decisione era demandata all’Autorità per le Comunicazioni) e fissa un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003 per il passaggio esclusivo al satellite e/o al cavo (basandosi su una valutazione dell’AGCOM che riteneva quella data sufficiente per trasferire tutte le trasmissioni di Rete4 e Tele+nero su mezzi digitali), senza ovviamente entrare nello specifico del caso della ricorrente Europa 7 (che aveva chiesto di considerare incostituzionali entrambi i commi, in quanto “l’attuale normativa di settore“, ovvero le proroghe per le reti eccedenti regolate dai due commi, “le impedirebbe di utilizzare concretamente le frequenze che le sono state assegnate nella fase di pianificazione“), che per le precedenti decisioni (il DM del luglio 1999) rimaneva comunque l’assegnataria delle frequenze che così si fossero liberate.
La Corte era chiamata ad esprimersi sulla supposta incostituzionalità dei due articoli che permettevano la prosecuzione delle trasmissioni alle “reti eccedenti”, non sulla correttezza della vecchia gara di assegnazione delle concessioni nazionali, infatti specifica che:

Nel contempo, il collegio rimettente precisa che l’obiettivo della sottoposizione delle questioni all’esame della Corte è quello di impedire la continuazione in modo indefinito — attraverso “una facoltà non delimitata nel tempo” — dell’assetto giudicato incostituzionale dalla sentenza n. 420 del 1994, con conseguenze sulla disponibilità delle frequenze, sul pluralismo informativo e, quindi, sulla legittimità delle impugnate concessioni ed autorizzazioni, nonché delle relative clausole.
La descritta situazione di fatto non garantisce, pertanto, l’attuazione del principio del pluralismo informativo esterno, che rappresenta uno degli “imperativi” ineludibili emergenti dalla giurisprudenza costituzionale in materia. Questa Corte ha, infatti, costantemente affermato la necessità di assicurare l’accesso al sistema radiotelevisivo del “massimo numero possibile di voci diverse” (sentenza n. 112 del 1993), ed ha sottolineato l’insufficienza del mero concorso fra un polo pubblico e un polo privato ai fini del rispetto delle evidenziate esigenze costituzionali connesse all’informazione (sentenze n. 826 del 1988 e n. 155 del 2002).

L’obiettivo di garantire, tra l’altro, il pluralismo dei mezzi di informazione è stato sottolineato, in una prospettiva più ampia, anche a livello comunitario in recenti direttive: direttiva 2002/19/CE, relativa all’accesso alle reti di comunicazione elettronica, alle risorse correlate e all’interconnessione delle medesime (direttiva di accesso); direttiva 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva autorizzazioni); direttiva 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva quadro); direttiva 2002/22/CE, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (direttiva servizio universale).

In questo quadro la protrazione della situazione (peraltro aggravata) già ritenuta illegittima dalla sentenza n. 420 del 1994 ed il mantenimento delle reti considerate ancora “eccedenti” dal legislatore del 1997 esigono, ai fini della compatibilità con i principi costituzionali, che sia previsto un termine finale assolutamente certo, definitivo e dunque non eludibile. »

(dalla sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale)

Nell’estate del 2003, il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano e l’introduzione della trasmissione digitale terrestre. La legge (nota come legge Gasparri) verrà approvata dal Parlamento il dicembre 2003, la quale permette a Rete 4 di continuare a trasmettere in via analogica terrestre in contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale.

Successivamente, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ritenendola incostituzionale, rifiuta di firmare la legge e la rinvia alle camere. Così, per poter garantire a Rete 4 di continuare a trasmettere via etere, il 24 dicembre 2003 il governo Berlusconi vara un decreto legge (noto come decreto “salva Rete 4“). La legge Gasparri si approva definitivamente nell’aprile 2004, anch’essa senza prendere in considerazione la sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale.

Interventi politici sul lodo

A seguito del referendum, tale sollecitazione fu ignorata dal Governo Prodi, in carica tra il maggio 1996 e l’ottobre 1998.

Caduto il governo Prodi, D’Alema decise di risolvere la questione e indisse una gara per l’assegnazione delle concessioni delle reti nazionali.

Nel luglio 1999 si svolse la gara, per partecipare alla quale si richiedevano requisiti importanti. Sembrò quindi che nessuno potesse essere in grado di vedersi concesse le frequenze, invece l’imprenditore Francesco di Stefano riuscì a vincere una concessione per Europa 7, la quale tuttavia non è tuttora riuscita ad ottenerne l’assegnazione effettiva, mentre Retequattro avrebbe dovuto cessare le trasmissioni analogiche, per continuare a trasmettere solo via satellite o via cavo. Di Stefano per far valere i propri diritti ricorse ad ingiunzioni, diffide, cause penali, civili, regionali, alla Commissione Europea e alla Corte di Giustizia Europea, vincendo tutti i ricorsi, tutti gli appelli e vedendosi confutare tutte le perizie. La Corte Costituzionale nel novembre 2002 stabilì[8] inequivocabilmente che Retequattro, dal 1 gennaio 2004 sarebbe dovuta emigrare sul satellite o sul cavo. Ma tutto questo è ancora al di là da venire e al momento lo stesso Di Stefano si trova impegnato in una causa contro il sistema televisivo italiano presso il tribunale europeo, la cui sentenza, inizialmente prevista per maggio 2007, ha subito svariati rinvii.

La legge Gasparri

Nel frattempo grazie a varie proroghe governative fatte nelle passate legislature, con maggioranze sia di destra che di sinistra, Retequattro ha continuato a trasmettere, finché una legge (denominata Legge Gasparri) di riordino del Sistema Radiotelevisivo Italiano, realizzata sotto il Governo Berlusconi nel 2003, permise all’emittente di continuare a trasmettere legittimamente per via analogica.

Le critiche alla proposta di legge giunsero dai partiti di opposizione, supportati dalla FNSI, e si concentrarono particolarmente sul cosiddetto sistema SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni). A questo proposito le opposizioni sostennero, durante il dibattito parlamentare, che la proposta di legge, pur lasciando immutati i limiti antitrust, li rendeva, di fatto, inefficaci, allargando l’insieme su cui calcolarli. La percentuale del 20% non sarebbe infatti più stata calcolata sulle singole risorse, come i canali televisivi, ma su tutto l’insieme delle risorse di comunicazioni, televisive, radiofoniche ma anche giornalistiche e cartellonistiche.

A seguito del rinvio alle camere il governo in carica varò, nel dicembre del 2003, un decreto legge, definito dagli ambienti del centrosinistra «Salva Retequattro», con cui veniva anticipata la parte della legge Gasparri riguardo al digitale terrestre, indicando una moratoria di quattro mesi dopo la quale sarebbe stata verificata l’effettiva diffusione dei canali digitali.

Tale decreto permise al gruppo Mediaset di continuare le trasmissioni in chiaro di Retequattro, dopo che varie sentenze della Corte costituzionale avevano stabilito che la rete avrebbe dovuto cedere le sue frequenze analogiche a partire dal primo gennaio 2004 (ma poteva trasmettere solo via satellite o via cavo), mentre dalla stessa data Raitre non avrebbe potuto trasmettere pubblicità (come conseguenza della legge Maccanico). In entrambi i casi il motivo era legato al superamento del tetto del numero di canali nazionali disponibili: la Corte Costituzionale aveva infatti argomentato che fossero 12. Inoltre la stessa Corte aveva ravvisato in tale situazione, nel 1994, una violazione dell’articolo 21 della Costituzione.

Sviluppi recenti

La situazione della tv via etere italiana si può prestare a diverse interpretazioni.

RAI e Mediaset hanno, congiuntamente più del 80% degli ascolti televisivi (seppur in lieve calo negli ultimi anni a causa del diffondersi della TV satellitare) e, parallelamente, raccolgono (dati relativi al 2006) il 83,9% della pubblicità (di cui il 29,0% alla Rai e il 54,9% a Mediaset), seguiti da Telecom e Sky entrambi con il 3,3%. Per quello che riguarda le offerte televisive a pagamento è Sky a detenere da sola il 91,4% degli introiti, contro il 3,8% di Mediaset e il 4,8% di tutti gli altri operatori.[9]

La relazione annuale dell’AGCOM[9] dà un’indicazione del fatturato annuale di ciascun operatore televisivo, dalla relazione si scopre che vi sono 4 operatori principali: Rai, RTI (Mediaset), Sky e Telecom Italia Media. Siamo quindi di fronte, stando solo ai ricavi di questi soggetti, ad un oligopolio, in cui ciascuno trae la propria fonte di reddito da fonti diverse: la Rai da abbonamenti tv e pubblicità; RTI, Sky e Telecom Italia Media da pubblicità e pay tv.

Operatore televisivo

Ricavi in mln di euro

Rai

2650

RTI (Mediaset)

2286

Sky

2190

Telecom Italia Media

162

Altri

491

Nel 2005 il Consiglio di Stato pose alla Corte di Giustizia Europea 10 questioni, tra cui una (indirettamente) su Retequattro[10].

La sentenza della corte, inizialmente prevista per il maggio 2007, è stata più volte rimandata[11]; il 12 settembre 2007 le conclusioni dell’avvocatura della Corte evidenziavano che:

L’art. 49 CE richiede che l’assegnazione di un numero limitato di concessioni per la radiodiffusione televisiva in ambito nazionale a favore di operatori privati si svolga in conformità a procedure di selezione trasparenti e non discriminatorie e che, inoltre, sia data piena attuazione al loro esito.
I giudici nazionali devono esaminare attentamente le ragioni addotte da uno Stato membro per ritardare l’assegnazione di frequenze ad un operatore che così ha ottenuto diritti di radiodiffusione televisiva in ambito nazionale e, se necessario, ordinare rimedi appropriati per garantire che tali diritti non rimangano illusori»

(Causa C-380/05, conclusioni dell’avvocato generale Poiares Maduro [12])

Il 31 gennaio 2008 la Corte ha emesso la sentenza su tale ricorso:

L’art. 49 CE e, a decorrere dal momento della loro applicabilità, l’art. 9, n. 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «quadro»), gli artt. 5, nn. 1 e 2, secondo comma, e 7, n. 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «autorizzazioni»), nonché l’art. 4 della direttiva della Commissione 16 settembre 2002, 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, devono essere interpretati nel senso che essi ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. »

Il 31 maggio 2008 il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da Europa 7 contro il Ministero delle Comunicazioni e R.T.I. (Mediaset) in cui si chiedeva la sospensione dell’autorizzazione a trasmettere per Rete 4, poiché «tardivo». Inoltre, è stato dichiarato inammissibile il ricorso di Europa 7 che chiedeva l’assegnazione delle frequenze, in quanto il Consiglio di Stato non può sostituirsi all’esecutivo. In questo senso, la Suprema magistratura amministrativa ha respinto anche un ricorso di Mediaset che chiedeva l’annullamento della sentenza del TAR del Lazio del 2004, chiedendo quindi al Ministero dello Sviluppo Economico di pronunciarsi nuovamente sulla richiesta di frequenze di Europa 7, richiedendo, in particolare, una nuova «risposta motivata» dal Governo, formulata in base alla sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europea del 31 gennaio. Il Consiglio di Stato quindi consente per il momento a Rete 4 di continuare a trasmettere fino a quando non avverrà l’assegnazione delle frequenze (ma non si tratta di una legittimazione piena vista la parentesi di dicembre).[13]

Il 16 dicembre 2008 il Collegio si riserverà di decidere in via definitiva sul ricorso con cui Europa 7 chiede il risarcimento del danno. La richiesta economica dell’emittente è pari a 2,169 miliardi se le frequenze saranno attribuite o 3,5 miliardi nel caso opposto. Entro tale data[13]:

Europa 7 dovrà:

descrivere la propria attività dal 1999 a oggi;

chiarire perché non ha partecipato alla gara indetta nel 2007 per l’assegnazione delle frequenze;

il ministero dovrà:

dare una risposta alla sentenza del 31 maggio;

dichiarare quali frequenze sono state rese disponibili dopo la gara del 1999 e come sono state assegnate;

chiarire la situazione di Europa 7, la cui concessione mai goduta, secondo l’esecutivo, è scaduta nel 2005 (su questo aspetto, è in atto un contenzioso legale in primo grado);

l’Autorità garante per le comunicazioni dovrà spiegare perché il piano frequenze non è stato adottato, come previsto dalla concessione vinta da Europa 7.

Il 27 giugno 2008, l’Unione Europea pone nuovamente alcune domande sull’assetto tv in Italia, alcune di queste riguardano Retequattro.

Il 16 ottobre 2008, il governo annuncia di aver trovato la soluzione per Europa 7: l’assegnazione delle frequenze avverrebbe riorganizzando lo spettro VHF III, togliendo frequenze ridondanti a Raiuno.

16 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , | Lascia un commento

BERLUSCONI TEME LE INTERCETTAZIONI

BERLUSCONI PER LA SICUREZZA

DELINQUERE NON E’ REATO

 

 

 

I delinquenti di tutt’ Italia avranno vita facile d’ ora in poi

Questo l’ effetto del Disegno di Legge promosso dal Presidente del Consiglio all’ inizio della sua nuova legislatura, infatti il 13/06/2008 si è tenuto il Consiglio dei Ministri avente come oggetto disegno di legge concernente norme in materia di intercettazioni telefoniche telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice degli atti di indagine e integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Quali le ragioni di tanta fretta?   Presto detto il 06/06/2008 l’ Avvocato del premier a sua volta onorevole di Forza Italia l’ avvocato Ghedini, discute col Gip di Napoli l’ invio alla Camera delle intercettazioni telefoniche tra Silvio Berlusconi e Sacca’, ma anche di quelle sul telefono di alcune ragazze protette dal Cavaliere. Che cosa abbiano detto le fanciulle non si sa. Ma è un fatto che, 2 giorni dopo la Missione Napoletana dell’ onorevole Avvocato, Berlusconi annuncia all’ assemblea dei giovani industriali la Legge anti intercettazioni e 5 giorni dopo, l’ 11 giugno tenta adirittura il colpo del Decreto,  che bloccato dal Colle viene ridimensionato con la formula del disegno di legge.

Di seguito alcuni dei reati che risulteranno di difficile persecuzione:

associazione a delinquere; sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione; sequestro di persona (se non a scopo di estorsione, cioè non mira a riscatto); truffa (anche ai danni dello stato e dell’ Unione Europea); violenza sessuale (anche ai danni di handicappati o di figli minorenni); violenza in famiglia; diffusione di materiale pedopornografico; corruzione di minorenne; ricettazione; rapina; estorsione; furto in appartamento; spaccio di droga, falsa testimonianza; falso in atto pubblico; accesso abusivo a sistema informatico; rivelazioni di segreti d’ ufficio malversazione ai danni dello Stato; reati economici, finanziari societari e tributari  (come l’ abuso di informazioni privilegiate, la bancarotta anche fraudolenta non aggravata, l’ ostacolo alle autorità di vigilanza, le frodi fiscali, le false relazioni, della società di revisione, l’ abusivismo in intermediazioni,finanziarie, di falso in prospetto per le quotazioni in Borsa, e ovviamente il falso in bilancio).

 

Questo i provvedimenti del GOVERNO a salvaguardia dei cittadini deboli alla faccia dei Decreti sulla sicurezza di Lega e Alleanza Nazionale promessi in campagna elettorale ma di difficile attuazione.

Il testo sopracitato è tratto dal libro di Marco Travaglio “IL BAVAGLIO”.

 

Alberto Monetti

14 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

ADDIZIONALI COMUNALI IRPEF …CHE FREGATURA

DEO GRATIAS,

NON SI PAGA PIU’ L’ICI

Stra, n. 1 della Riviera del Brenta

Ebbene sì, dopo 16 anni,  il sogno diventa realtà e l’ICI sulla prima casa e gli immobili assimilati  non si paga più, eppure qualcosa di STRA-NO accade tra le mura del Palazzo Comunale.

Infatti, da dove reperiscono i soldi i Comuni se non si paga più l’ICI?

E’ presto detto: i Comuni verranno  comunque finanziati direttamente dallo  Stato (in parte con decreto legge di luglio 2008 e in parte, con l’esenzione parziale precedentemente stabilita dal governo Prodi nella Finanziaria del 2008, che riguardava il 40% delle abitazioni principali), ma, in genere,  per avere ulteriori finanziamenti, si divertono a dire che sono senza fondi con la conseguenza di dover salassare il cittadino in altro modo e con altri mezzi (lo vediamo proprio questi giorni…….A Voi la scelta!!!!)

E l’IRPEF? Eh già!!! l’anno scorso  nessuno dei nostri Amministratori, Consiglieri votati e operanti dentro al Palazzo Comunale, si è ricordato di informarci dell’aumento del prelievo direttamente dalle nostre buste paga, e dalle nostre aziende (ma noi lo abbiamo visto, vero?) Proprio così, l’Addizionale Comunale IRPEF del Comune di Stra, è passata dallo 0,5 del 2006 allo 0,8 del 2007 risultando così AL PRIMO POSTO ASSOLUTO NELLA CLASSIFICA  DEI COMUNI DELLA RIVIERA DEL BRENTA SUPERANDO ADDIRITTURA LO 0.7 DI DOLO. Per informativa Vi diamo qui di seguito alcuni dati interessanti sull’Addizionale Comunale IRPEF per Comune:

ANNO      STRA      FIESSO    DOLO     MIRA

 

2007        0.8           0.4           0.7         0.4

 

2006        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2005        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2004        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2003        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2002        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2001        0.5           0.4           0.5        0.4

fonte:  dipartimento delle finanze – politiche fiscali – fiscalità comunali – irpef. 

Per fortuna che il provvedimento di luglio 2008 sospende poi il potere di Regioni ed Enti Locali di deliberare aumenti delle addizionali locali sui tributi. Esclusi dal blocco le Regioni con i conti sanitari in rosso (???) per le quali è previsto un aumento automatico delle addizionali già dalla Finanziaria 2007.

Ma ora colpo di scena!!!!!!

Il Capo della Lega Nord, UMBERTO BOSSI, colto da furor di popolo a Ponte di Legno, in ritiro ferragostano, annuncia: “IO L’ICI LA RIMETTO”!!!! (gazzettino del 17/8)…”.è la tassa più federalista che ci sia”……

A POSTO SIAMO!!!!!! Dopo le bacchettate del Partito Delle Libertà, si è ravveduto ed ha cambiato strada dicendo che non tornerà l’Ici sulla prima casa, ma saranno accorpate le attuali tasse in una sola imposta, a favore dei Comuni….SIAMO SICURI CHE SARA’ COSI’? Possiamo fidarci???

 

Piccola Nota:

Alla faccia dell’ICI e di tutte le tasse sulla casa, l’unico a cui ciò nulla turba, è proprio Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha fatto del suo ultimo acquisto la sua 15°esima residenza: Villa Campari di Lesa sul Lago Maggiore, una splendida villa in stile liberty già appartenuta ai produttori dell’aperitivo e costruita dal patriota e politico Cesare Correnti nell’800. E per fortuna che si era da poco lamentato che non riusciva a visitarle tutte per il suo troppo lavoro!!!!!(CI DISPIACE MOLTO!!!!!).

 

MONETTI ALBERTO –  IDV STRA


12 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, STRA | , , , | Lascia un commento

Hello world!

Salve a tutti ….

Sono Alberto Monetti e questo è e sarà il mio sito, la Bacheca mondiale dove appenderò tutto cio che mi fa accapponare la pelle… o… che mi farà girare le palle…

cari ospiti, visitatori, amici…

vi avverto.. qui non ne risparmierò una..

12 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti | , , , , | Lascia un commento