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30 dicembre 2008 Posted by | 1, Alberto Monetti, DOLO, STRA, VIGONOVO | , | Commenti disabilitati su TESSERAMENTI IDV 2009

VENETO CITY

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28 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, DOLO, POLITICA NAZIONALE, STRA, VIGONOVO | , | Lascia un commento

:):):):) BUON NATALE :):):):)

buonnataledaidv

24 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti | Lascia un commento

PAOLO BORSELLINO 48 ORE PRIMA DELL’ATTENTATO

20 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

Le Verità del “CAVALIERE”

0

Procedimenti giudiziari a

 carico di  

Silvio  Berlusconi

Premessa

Silvio Berlusconi è stato oggetto di numerosi procedimenti penali, nessuno dei quali si è concluso con una sentenza definitiva di condanna.

Alcuni di questi procedimenti sono stati archiviati in fase di indagine; a seguito di altri è stato instaurato un processo nel quale Berlusconi è stato assolto. In altri processi, infine, sono state pronunciate, in primo grado o in appello, sentenze di condanna per reati quali corruzione giudiziaria, finanziamento illecito a partiti e falso in bilancio.

In questi casi, dopo un esito del primo grado di giudizio sfavorevole a Berlusconi, i procedimenti non si sono conclusi con una sentenza di condanna: ciò grazie a sentenze di assoluzione in appello, al riconoscimento di circostanze attenuanti – che, influendo sulla determinazione della pena, hanno comportato il sopravvenire della prescrizione – oppure a nuove norme, approvate definitivamente in Parlamento dalla maggioranza di centro-destra, che hanno modificato le pene e la struttura di taluni reati a lui contestati, come nel caso del reato di falso in bilancio. Dette norme in taluni casi hanno imposto una valutazione di non rilevanza penale di alcuni dei fatti contestati, poiché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; in altri casi la relativa riduzione delle pene previste per le nuove fattispecie di reato ha fatto sì che i termini di prescrizione maturassero prima che fosse pronunciata sentenza definitiva.

Reazioni

Alcuni commentatori politici affermano che i processi riguardanti l’attività di imprenditore di Silvio Berlusconi, a cui egli è stato sottoposto, costituirebbero una manifesta persecuzione giudiziaria orchestrata dalle “toghe rosse”, cioè da magistrati vicini ai partiti e alle ideologie di sinistra (iscritti a Magistratura democratica), che utilizzerebbero illegittimamente la giustizia a fini di lotta politica.[1][2]

Altri commentatori affermano che nella sua fondazione fulminea di un nuovo partito vi sarebbe stato solo un metodo per evitare la bancarotta o addirittura il carcere[3] grazie alle cosiddette “leggi ad personam” varate dal suo governo. Viene sottolineato inoltre che, sebbene sia vero che Berlusconi non abbia mai subito alcuna condanna per i processi che lo riguardano, di fatto in alcuni casi egli sarebbe stato riconosciuto colpevole di aver commesso reati, ma che poi unicamente il sopraggiungere inevitabile della prescrizione su tali reati lo avrebbe perciò salvato dalla condanna. Riguardo all’accusa sulle “toghe rosse”, essi sostengono che Berlusconi abbia al contrario giovato del riconoscimento, da parte dei giudici, delle attenuanti generiche rispetto ad altri imputati, tra cui Cesare Previti.[4]

Elenco riassuntivo

Sentenze di non doversi procedere

Per intervenuta prescrizione del reato

Lodo Mondadori, corruzione semplice

All iberian 1, finanziamento illecito ai partiti

Lentini, Falso in bilancio

Per intervenuta amnistia

Falsa testimonianza P2

Terreni Macherio, imputazione per uno dei due falsi in bilancio

Sentenze di assoluzione

Caso All Iberian 2 – falso in bilancio (assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato in seguito alle riforme del Governo Berlusconi II)

Sme-Ariosto 1 – imputazione su vendita Iri, corruzione giudiziaria

4 Tangenti alla Guardia di Finanza (assolto per non aver commesso il fatto)

Medusa cinematografica, falso in bilancio (assolto in quanto per la sua ricchezza potrebbe non essere stato al corrente dei fatti contestati)[5]

Sme-Ariosto 2, falso in bilancio

Sme-Ariosto 1 – imputazione su due versamenti a Renato Squillante, corruzione giudiziaria (assolto per non aver commesso il fatto, assolto perché il fatto non sussiste)

Terreni Macherio, imputazione per appropriazione indebita, frode fiscale, e uno dei due falsi in bilancio

Procedimenti archiviati

Consolidato Fininvest, falso in bilancio (prescrizione raggiunta in base alla nuova legge sul falso in bilancio)

spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest

traffico di droga

tangenti fiscali Pay-tv

Stragi 92-93, concorso in strage

Concorso esterno in associazione mafiosa assieme a Marcello Dell’Utri, riciclaggio di denaro sporco

Procedimenti in corso

Diritti televisivi, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita;

Mazzette a David Mills, corruzione giudiziaria.

Contrastante è invece il caso Telecinco, come si legge più in basso.

Dettagli sui procedimenti

Traffico di droga

Nel 1983 dopo essere stato fermato in autostrada da una pattuglia di carabinieri, Berlusconi fu trovato in possesso di “materiale ambiguo” e, nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, furono messi sotto controllo i suoi telefoni. L’indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.

Falsa testimonianza

Nel corso di un processo penale per diffamazione, avviato da una querela di Berlusconi per via di un articolo comparso sulla rivista Epoca nel 1987, il querelante riferì all’Autorità giudiziaria, sotto giuramento, di non aver corrisposto alcunché a Licio Gelli all’atto di iscriversi alla sua Loggia massonica, la P2, nel 1981.[6]

I giornalisti imputati, tutti assolti, a loro volta presentarono un esposto presso la Pretura di Verona contro Berlusconi, affinché nei confronti di quest’ultimo fosse avviato un procedimento penale per falsa testimonianza.

Il 22 luglio del 1989 il pretore Gabriele Nigro firmò una sentenza istruttoria di non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato.

Tale decisione veniva impugnata presso la Sezione istruttoria della Corte d’Appello di Venezia la quale nel 1990, essendo stata varata un’amnistia nei primi mesi di quello stesso anno, dichiarava il reato contestato a Berlusconi estinto a causa del suddetto provvedimento parlamentare.[7]

Tale decisione è stata poi confermata dalla Corte di Cassazione nel 1991[senza fonte].

Tangenti alla Guardia di finanza

Silvio Berlusconi è stato accusato di concorso in corruzione, reato che sarebbe stato perpetrato mediante il versamento di alcune tangenti ad ufficiali della Guardia di Finanza impegnati in verifiche fiscali presso quattro aziende dell’imprenditore milanese. Gli episodi contestati sarebbero risaliti, secondo quanto prospettato dall’accusa, al 1989 (tangente per Videotime), al 1991 (Mondadori), al 1992 (Mediolanum) e al 1994 (Tele+).

Il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, che aveva ricevuto un invito a comparire presso la Procura di Milano per il 22 novembre 1994 davanti al PM Antonio Di Pietro [8], è datato 14 ottobre 1995.[9]

In primo grado il processo, cominciato il 17 gennaio 1996[10], si era concluso, il 7 luglio del 1998, con una condanna, per tutti i capi d’accusa, a 2 anni e 9 mesi di reclusione complessivi.[11]

Il giudizio di Appello, emesso il 9 maggio del 2000, aveva ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo Berlusconi (con la formula per non aver commesso il fatto) per la vicenda Tele+ e prosciogliendolo con riguardo ai tre residui capi d’imputazione (per intervenuta prescrizione dovuta alla concessione delle attenuanti generiche).[12]

Il 19 ottobre 2001 la Corte di Cassazione assolve l’imputato per tutti e quattro i capi d’accusa (con la formula per non aver commesso il fatto).[13]

Processo All Iberian

Il 12 luglio 1996 Silvio Berlusconi viene rinviato a giudizio per i reati di finanziamento illecito a un partito politico e falso in bilancio aggravato.[14] Secondo la prima accusa, Silvio Berlusconi avrebbe versato illecitamente 22 miliardi di lire, tra il gennaio 1991 e il novembre 1992, al Partito Socialista Italiano guidato da Bettino Craxi (coimputato nel processo per il medesimo reato). Il denaro sarebbe partito da fondi occulti della società berlusconiana Finivest per finire nei conti svizzeri del PSI.

Quanto al falso in bilancio Fininvest, Berlusconi avrebbe perpetrato questo reato a partire dal 1989 fino al 1996, mediante il controllo di una serie di operazioni volte a trasferire ingenti somme di denaro (migliaia di miliardi di lire) all’estero attraverso l’utilizzo di numerosissime società offshore, con lo scopo, talvolta, di reimpiegare detto denaro in altre attività illecite.[15]

Il processo All Iberian, dal nome della società dietro cui alcuni testimoni d’accusa hanno sostenuto si celasse Fininvest, ebbe inizio il 21 novembre 1996.[16] Tuttavia, per una violazione di legge operata dalla magistratura requirente, che non aveva reso possibile alla società Fininvest di partecipare al processo in qualità di parte offesa, il 17 giugno 1998, circa un mese prima della prevedibile emissione della sentenza di primo grado, il processo fu diviso in due tronconi[17]: da una parte sarebbe proseguito il giudizio sulla presunta violazione della legge sul finanziamento dei partiti politici (cosiddetto processo All Iberian 1); dall’altra, la violazione procedurale ha comportato l’azzeramento del processo per la parte relativa al falso in bilancio, che è pertanto ricominciato nel gennaio 1999[18] (cosiddetto processo All Iberian 2).

All Iberian 1 (finanziamento illecito al PSI)

Finché il processo All Iberian è stato trattato unitariamente, il reato asseritamente commesso fino al 1992, ancorato al falso in bilancio contestato fino al 1996, non presentava particolari problemi in tema di estinzione per prescrizione. Avvenuta la separazione dei processi, però, il finanziamento illecito fu perseguito da solo, con la conseguenza che il termine prescrizionale di sette anni e mezzo sarebbe decorso dal 1992, mettendo in pericolo la pronuncia di una sentenza definitiva di merito.

Nel processo di primo grado, concluso il 13 luglio del 1998, il proscioglimento per prescrizione era stato dichiarato solo per il versamento di 10 dei 22 miliardi di lire contestati; per la restante parte dell’accusa Berlusconi era stato condannato a 2 anni e quattro mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 10 miliardi di lire.[19]

Il processo All Iberian si è concluso il 22 novembre 2000, quando la Corte di Cassazione, confermando la sentenza d’Appello emessa il 26 ottobre 1999[20], ha dichiarato il proscioglimento dell’imputato per intervenuta prescrizione del reato[21].

All Iberian 2 (falso in bilancio aggravato)

Oltre a dover ricominciare da zero per un vizio procedurale, come deciso dai giudici nel giugno del 1998, la seconda tranche del processo All Iberian dovette una seconda volta essere azzerato in quanto, il 12 marzo 1999, il tribunale, accogliendo un’eccezione relativa alla «totale indeterminatezza dei fatti» contestati, dichiarò nullo in precedente rinvio a giudizio per una «sostanziale equivocità dell’imputazione», rinviando il procedimento alla fase dell’udienza preliminare.[22]

Il nuovo rinvio a giudizio portava la data del 24 novembre 1999, e fissava l’inizio del processo di primo grado al 7 aprile 2000.[23] Ma una pronuncia della Cassazione del 9 febbraio 2001, rilevata l’incompatibilità di un giudice con il processo[24], riportò nuovamente il giudizio all’apertura del dibattimento. Dibattimento che riprese, davanti ad un nuovo giudice, il 22 febbraio dello stesso anno.

Il processo All Iberian 2 si è definitivamente concluso con l’assoluzione di Silvio Berlusconi (con formula perché il fatto non costituisce più reato in seguito alla riforma del diritto societario del Governo Berlusconi) emessa dal Tribunale di Milano il 26 settembre 2005.

Il processo All Iberian 2 è stato ed è tuttora un argomento di polemica politica. Lo schieramento del centrosinistra (e con esso i suoi sostenitori), infatti, ha accusato il Parlamento di aver approvato delle leggi ad personam, ossia delle norme che sarebbero state emanate al solo scopo di influire sui processi pendenti nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi.

Le polemiche cominciarono già a seguito dell’emanazione della legge 367 del 2001 sulle rogatorie internazionali, che si diceva avrebbe portato alla conclusione anticipata del processo per sopravvenuta inutilizzabilità di alcuni documenti, ritenuti decisivi dall’accusa, provenienti dalla Svizzera. Tuttavia, la polemica non trovò conferma nei fatti. I documenti, infatti, furono utilizzati dal Tribunale a norma della stessa legge criticata.[25]

Successivamente alla riforma del diritto societario, approvata dal Parlamento sotto il governo presieduto da Berlusconi, i critici del centrodestra rinnovarono la loro accusa al Parlamento, reo, a loro dire, di aver legiferato così da venire incontro ai desiderata giudiziari di Silvio Berlusconi.

L’applicazione della nuova normativa in materia di falso in bilancio, infatti, ed in particolare dei riformulati articoli 2621 e 2622 del codice civile, ha reso la condotta imputata a Berlusconi non più perseguibile penalmente. La norma infatti prevede la perseguibilità del reato a querela di parte, querela che non era stata presentata a suo tempo e che avrebbe costretto i giudici a prosciogliere l’imputato per difetto di causa di procedibilità. Il Tribunale, invece, ritenne di accogliere le richieste della difesa – l’accusa aveva chiesto che Berlusconi venisse prosciolto per prescrizione del reato[26] – volte ad ottenere la più ampia formula assolutoria (la citata il fatto non costituisce più reato). Con la riforma, infatti, il reato di falso in bilancio, che vedeva ridursi i termini prescrizionali, è diventato perseguibile solo quando l’entità della falsa dichiarazione sia tale da aver creato degli effetti nocivi, non bastando che questi effetti rimangano potenziali.[27][28]

Processo Lentini (falso in bilancio)

Nel gennaio del 1995 Silvio Berlusconi è stato indagato per il reato di falso in bilancio, perpetrato attraverso il versamento “in nero” di una decina di miliardi di lire dalle casse della squadra di calcio del Milan a quelle del Torino per l’acquisto del giocatore Gianluigi Lentini.[29]

Secondo l’accusa, in particolare, i bilanci della società Milan sarebbero stati «fraudolentemente falsificati» negli anni 1993 e 1994; successivamente, inoltre, la magistratura inquirente ha ritenuto di estendere le accuse di irregolarità dei bilanci al periodo compreso tra il 1991 e il 1997.

Il 28 maggio 1998 Berlusconi viene rinviato a giudizio presso il Tribunale di Milano.[30] Il processo sarebbe dovuto iniziare l’8 luglio del 1999, ma uno sciopero degli avvocati iniziato quello stesso giorno e protrattosi per quasi un mese ne fece slittare l’apertura al giugno del 2000.[31]

Il 4 luglio 2002 il processo si conclude definitivamente con il proscioglimento di Berlusconi per intervenuta prescrizione del reato.[32]

Il proscioglimento di Berlusconi è stato ed è tuttora un argomento di polemica politica. Il processo, infatti, si è interrotto quando ancora il dibattimento era in pieno svolgimento ed una sentenza di primo grado dunque era ben lungi dall’essere emanata.[33] Tale conclusione anticipata è dovuta al fatto che nel gennaio 2002 il Consiglio dei Ministri del governo presieduto da Berlusconi approvò, rendendole immediatamente operative, le nuove norme in materia di riforma del diritto societario, in ossequio alla legge delega approvata dal Parlamento nell’ottobre 2001 che imponeva al governo di adottare le nuove misure entro il 3 ottobre del 2002.[34]

La riforma del diritto societario ha comportato una diversa valutazione del reato di falso in bilancio, con modifiche incidenti anche in materia di prescrizione. Se dunque prima della riforma il reato contestato a Berlusconi si sarebbe prescritto nel 2004 (dopo sette anni e mezzo dalla supposta commissione), adesso i termini erano ridotti di tre anni.[35] Pertanto, il Tribunale non ha potuto che adempiere all’obbligo, contenuto nell’articolo 129 del Codice di procedura penale, di dichiarare la presenza di una causa di estinzione del reato in ogni stato e grado del processo.[36] Per tale ragione, il governo è stato accusato di aver approvato una legge ad personam.

Medusa cinematografica

Berlusconi è accusato di comportamenti illeciti nelle operazioni d’acquisto della società Medusa cinematografica, per non aver messo a bilancio 10 miliardi. In primo grado è condannato a 1 anno e 4 mesi per falso in bilancio. Assoluzione nel giudizio di appello, con sentenza confermata dalla Cassazione.

Falso in bilancio nell’acquisto dei terreni di Macherio

Berlusconi è accusato di appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio per l’acquisto dei terreni intorno alla sua villa di Macherio. In primo grado è assolto dai reati di appropriazione indebita e di frode fiscale. Per le due imputazioni di falso in bilancio contestate scatta la prescrizione. In appello è confermata l’assoluzione per i due primi reati; è assolto per uno dei due falsi in bilancio, per il secondo si applica l’indulto.

Lodo Mondadori

Berlusconi era accusato (assieme a Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora e Vittorio Metta) di concorso in corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter del codice penale), per aver pagato i giudici di Roma in modo da ottenere una decisione a suo favore nel giudizio di impugnazione per nullità del Lodo Mondadori, dal cui esito dipendeva la proprietà della casa editrice.

La posizione di Silvio Berlusconi è stata stralciata in seguito alla sua nomina a Presidente del Consiglio, e ad interminabili contrasti tra il Tribunale di Milano, la Procura della Repubblica presso lo stesso Tribunale e la Presidenza del Consiglio, che hanno portato anche all’intervento della Corte Costituzionale in sede di soluzione di confitti di attribuzione tra poteri dello Stato.

Il giudice dell’udienza preliminare Rosario Lupo ha deciso l’archiviazione del caso. La Corte d’appello, su ricorso della procura, decide nel giugno 2001 che per Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; in primo grado Cesare Previti è stato condannato, mentre per questo stesso episodio Berlusconi, grazie alla concessione delle attenuanti generiche, ha ottenuto la prescrizione del reato di corruzione semplice (poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le attenuanti generiche, scatta dopo 7 anni e mezzo) ed ha evitato la condanna. La sentenza di appello del processo Mondadori a carico di Previti, confermata dalla Cassazione, dice esplicitamente che il Cavaliere aveva “la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio”. Del resto la sentenza afferma che “la retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore”, cioè di Silvio Berlusconi.

I giudici della V sezione della Corte d’Appello hanno infatti ritenuto che nei confronti di Silvio Berlusconi fosse ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello più grave di corruzione in atti giudiziari, in quanto non sono stati provati i provvedimenti giudiziari oggetto della corruzione. Hanno inoltre confermato il riconoscimento delle attenuanti generiche, al quale consegue la prescrizione del reato. La Corte Suprema di Cassazione ha infine confermato la sentenza d’appello.

Segue un estratto della sentenza definitiva:

“Il rilievo dato [per concedere le attenuanti generiche] alle attuali condizioni di vita sociale ed individuale del soggetto [Berlusconi è nel frattempo diventato Presidente del Consiglio], valutato dalla Corte come decisivo, non appare per nulla incongruo”.[37]

Processo SME

Berlusconi era accusato di aver corrotto i giudici durante le operazioni per l’acquisto della Sme. Rinviato a giudizio insieme a Cesare Previti e Renato Squillante. Il processo di primo grado si è concluso con condanne per Previti e Squillante, dopo che la Cassazione ha respinto la richiesta di spostare il processo a Brescia o a Perugia, per legittimo sospetto, reintrodotto appositamente per legge nell’ottobre 2002. Un’altra legge, il “lodo Schifani“, votata nel giugno 2003, ha imposto la sospensione di tutti i processi a cinque alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio dei Ministri, ma è stata bocciata dalla Corte costituzionale perché incostituzionale. Stralciata la posizione di Berlusconi dal processo principale, il Tribunale di Milano ha ritenuto provati i fatti di corruzione, lo ha prosciolto per prescrizione sui soldi pagati a Squillante (capo A) e assolto per insussistenza del reato di corruzione ai fini della mancata vendita della SME (capo B). Previti invece viene condannato.

Processo SME – Capo di accusa A

Per il capo di accusa A del suddetto processo SME Silvio Berlusconi viene prosciolto in primo grado per prescrizione in ordine ad alcuni punti del capo medesimo, ed assolto in ordine ad altri.

Questa conclusione è maturata anche grazie alle rogatorie internazionali giunte dalla Svizzera. Esse furono oggetto di aspro confronto, in quanto Berlusconi ha sempre sostenuto che fossero documenti falsificati. Durante il processo, il governo Berlusconi II varò una legge che introduceva norme più rigorose per accertare l’autenticità e la provenienza delle rogatorie internazionali, suscitando la reazione delle opposizioni che giudicavano tale legge un provvedimento inutile o addirittura escogitato ad arte per rendere più difficile alcuni processi.

I documenti in questione provavano la sussistenza di versamenti di 434.404 dollari effettuati da un conto della Fininvest ad uno di Previti, dal quale infine giunsero ad un conto di Squillante.

Al termine del processo i giudici, pur ritenendo che Berlusconi avesse commesso il fatto-reato imputatogli, gli concedettero le attenuanti generiche, che tra gli altri effetti dimezzano i termini di prescrizione di quel reato da quindici anni a sette anni e sei mesi; il reato commesso è risultato così estinto per prescrizione, situazione giuridicamente differente dall’assoluzione, anche se porta ad effetti pratici simili.

Di seguito il dispositivo della sentenza formulato il 10 dicembre 2004 dai giudici della Prima Sezione Penale di Milano:

Visto l’articolo 531 c.p.p. dichiara non doversi procedere nei confronti di Berlusconi Silvio in ordine al reato di corruzione ascrittogli al capo A) limitatamente al bonifico in data 06-07 marzo 1991 perché, qualificato il fatto per l’imputato come violazione degli articoli 319 e 321 c.p. e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo stesso è estinto per intervenuta prescrizione; visto l’articolo 530 CO.2 c.p.p. assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione relativo al bonifico in data 26-29 luglio 1988 contestato al capo A) per non aver commesso il fatto; visto l’articolo 530 c.p.p. assolve Berlusconi Silvio dagli altri fatti di corruzione contestati al capo A) per non aver commesso il fatto; Visto l’articolo 530 CO.2 c.c.c., assolve Berlusconi Silvio dal reato di corruzione a lui ascritto al capo B) perché il fatto non sussiste.

Gli avvocati di Berlusconi hanno fatto ricorso in appello per ottenere un’assoluzione piena. Il 27 aprile 2007 i giudici hanno assolto Silvio Berlusconi per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste.

Di seguito il dispositivo della sentenza: «La corte, visto l’articolo 605 cpp, in riforma della sentenza del tribunale di Milano in data 10 dicembre 2004, assolve Silvio Berlusconi dal reato a lui ascritto sub capo A) ai sensi dell’articolo 530 comma 2 del codice di procedura penale, per non aver commesso il fatto, e dal reato a lui ascritto sub capo B) ai sensi dell’articolo 530 comma 1 cpp perché il fatto non sussiste».

Il ricorso della procura di Milano contro la sentenza di assoluzione viene rigettato dalla VI sezione penale della Corte di Cassazione il 26 ottobre 2007. Berlusconi esce così assolto definitivamente da questo processo. Non vi è dubbio, invece, che Cesare Previti, con fondi della Fininvest, ha versato tangenti a magistrati romani per pilotare un giudizio cui la stessa azienda era interessata.

Spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest

Berlusconi era accusato di aver indotto la Rai, da presidente del Consiglio dei Ministri, a concordare con la Fininvest i tetti pubblicitari, per ammorbidire la concorrenza. La Procura di Roma, non avendo raccolto prove a sufficienza per il reato di concussione, ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

Tangenti fiscali sulle pay-tv

Berlusconi era accusato di aver pagato tangenti a dirigenti e funzionari del ministero delle Finanze per ridurre l’Iva dal 19 al 4 per cento sulle pay tv e per ottenere rimborsi di favore. La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione, accolta dal Giudice dell’udienza preliminare.

Stragi del 1992-1993

La Procura di Firenze ha indagato per molti anni (fino all’agosto 1998) sui mandanti a volto coperto delle stragi:

del 14-5-93 a Maurizio Costanzo (via Fauro, Roma)

attentato agli Uffizi del 27-5-93 (via de’ Georgofili, Firenze)

attentato al Padiglione di Arte Contemporanea del 27-7-93 (Via Palestro, Milano)

di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Roma, 28-7/93)

allo stadio Olimpico (dicembre 1993 – gennaio 1994)

a Formello-Roma (attenato a Salvatore Cotorno, 14-4-94)

La procura di Firenze iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (con il soprannome AUTORE 1 e AUTORE 2), considerati mandanti delle suddette stragi. Il Pm di Firenze chiese l’archiviazione del procedimento al termine delle indagini preliminari, accolta dal GIP territoriale benché “le indagini svolte abbiano consentito l’acquisizione di risultati significativi” e sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità“.

A Caltanissetta Berlusconi e Dell’Utri furono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi di Via D’Amelio (Paolo Borsellino) e Capaci (Giovanni Falcone). Le indagini sono partite da:

le dichiarazioni di Salvatore Cancemi

i verbali relativi ai rapporti con Vittorio Mangano

le dichiarazioni successive di Tullio Cannella e Gioacchino La Barbera

le dichiarazioni di Gioacchino Pennino e Angelo Siino

gli esiti delle indagini della Dia e del Gruppo Falcone e Borsellino

Il 3 maggio 2002 il fascicolo viene archiviato, su richiesta dello stesso PM, perché il quadro indiziario risulta friabile. Ma “gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra gli uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati“. Quell’atto non venne però firmato dall’altro pm che si era occupato delle inchieste e dei processi sulle stragi, Luca Tescaroli, contrario alle impostazioni della richiesta di archiviazione, soprattutto nella parte in cui si sostiene che le dichiarazioni dei principali pentiti della strage, Cancemi e Brusca, erano “contrastanti”.[38]

Una tesi che è stata confermata anche nella sentenza d’appello della strage di Capaci dove i giudici scrissero tra l’altro che le dichiarazioni di Brusca e Cancemi erano “convergenti” e che era necessario indagare ancora “nelle opportune direzioni per individuare i convergenti interessi di chi era in rapporto di reciproco scambio con i vertici di Cosa nostra”.[39]

Concorso esterno in associazione mafiosa

La procura di Palermo ha indagato su Silvio Berlusconi e su Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Nel 1998 il procedimento è stata archiviato al termine delle indagini preliminari, che erano state prorogate per la massima durata prevista dalla legge. Dell’Utri, infine, è stato condannato a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; dagli atti risulta che Forza Italia sarebbe stata fondata per fornire nuovi agganci politici alla mafia e che Berlusconi sarebbe stato messo da Dell’Utri nelle mani della mafia fin dal 1974.

Il 26 luglio 2007 si è assistito alla ritrattazione del prof. Giuffrida, funzionario della Banca d’Italia e perito per conto della Procura della Repubblica nel processo di Palermo che vedeva imputato il senatore Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, in merito alle conclusioni da questi rassegnate ai Giudici circa l’oscura provenienza di ingenti quantitativi di denaro (113 miliardi di lire dell’epoca), nelle casse della Fininvest nella seconda metà degli Anni 1970.

Giuffrida, che era stato querelato per diffamazione per le sue dichiarazioni al processo, giunge ad un accordo transitivo con Mediaset, in cui si riporta che “‘il dott. Giuffrida […] riconosce i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni rese al dibattimento ed inoltre che le predette operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest” e che Fininvest/Mediaset prendono atto “che i limiti della consulenza del dott. Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza ma da eventi estranei alla sua volontà – scadenza dei termini e successiva archiviazione del procedimento – che lo hanno indotto a conclusioni parziali e non definitive“.

I legali di Giuffrida nel processo per diffamazione hanno comunque emesso una dichiarazione, riportata dall’ANSA, in cui sostengono di essere stati avvertiti solo pochi giorni prima (il 18 luglio) del fatto che i legali Mediaset avevano proposto una transazione al loro assistito, di non condividere né quel primo documento (“una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali”), nè la versione definitiva leggermente corretta (“non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute“).

La perizia di Giuffrida era stata ritenuta dai giudici già al tempo solo basata su “una parziale documentazione”, ma era stata ritenuta valida anche in virtù del fatto che non aveva “trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri”, in quanto lo stesso professor Paolo Iovenitti (perito della difesa), davanti alle conclusioni di Giuffrida, aveva ammesso che alcune operazioni erano “potenzialmente non trasparenti” e non aveva “fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest“.[40] [41]

Tale ritrattazione, contenuta nell’accordo transattivo raggiunto dai legali Mediaset ed il prof. Giuffrida a composizione della controversia instaurata dalla Mediaset stessa per diffamazione, non consente comunque di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla provenienza dei capitali del gruppo societario facente capo a Silvio Berlusconi.

Diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo

Silvio Berlusconi risulta attualmente indagato dalla procura di Roma per diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo, in relazione alla vicenda delle dichiarazioni dell’allora Premier in merito alle relazioni tra le cosiddette Cooperative Rosse e camorra durante una intervista rilasciata il 3 febbraio 2006 ad una emittente nazionale. L’iscrizione è avvenuta in seguito alla querela presentata dal presidente della Lega Nazionale delle Cooperative Poletti.

Telecinco (in Spagna)

In Spagna, Silvio Berlusconi, con altri manager Fininvest, è accusato di violazione della legge antitrust, frode fiscale e reati vari (es. riciclaggio di denaro) per l’emittente Telecinco da lui fondata. Il processo è stato sospeso dal 2001 al 2006 (cio non comporta la prescrizione) per non interferire nelle relazioni fra Italia e Spagna, ma ad aprile 2006 è ripreso, tornando nelle mani del giudice Baltasar Garzón che per primo ha avviato il procedimento.

Compravendita diritti televisivi

I PM Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che hanno collezionato 50.000 pagine di atti con rogatorie in 12 paesi, hanno richiesto il rinvio a giudizio per 14 indagati:

Silvio Berlusconi (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio)

Fedele Confalonieri (falso in bilancio)

Frank Agrama (uomo di “appoggio” Fininvest in America)

David Mills (marito di un ministro del governo Blair)

Daniele Lorenzano (capoacquisti Finivest)

Erminio Giraudi (mercante di carni a Montecarlo)

Paolo del Bue (banchiere svizzero)

Giancarlo Foscale e Candia Camaggi (cugino del Cavaliere e consorte, responsabili della finanza svizzera)

altri dirigenti di Fininvest e Mediaset.

Oltre a queste sono state stralciate (cioè verranno contestate in procedimento separato) le posizioni di Marina Berlusconi (assurta a presidente Mediaset) e Piersilvio Berlusconi, accusati di riciclaggio.

Dall’indagine All Iberian nasce questo filone d’inchiesta su due società estere collegate alla Silvio Berlusconi Finanziaria (società lussemburghese), la Century One e la Universal One. Sui conti di tali società hanno lasciato l’ultima traccia i fondi neri “distratti su conti bancari in Svizzera, Bahamas e Montecarlo, [..] nella disponibilità degli indagati [..] e gestiti da fiduciari di Berlusconi”. La cresta sulla compravendita dei diritti di film made in USA avveniva, secondo l’ipotesi accusatoria, in modo illegale: Mediaset non li comprava direttamente ma da società offshore (Century One e Universal One e altre come la Wiltshire Trading e la Harmony Gold) che a loro volta li cedevano ad altre società gemelle, facendo lievitare il prezzo ad ogni passaggio. La differenza tra il valore reale e quello finale consentiva di mettere da parte fondi neri.

Berlusconi avrebbe intascato fondi neri (280 milioni di euro in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri e fiorini olandesi) in nero, senza pagarvi le tasse e frodando i propri azionisti (falso in bilancio). Ma la difficoltà maggiore per i PM è stato capire come avvenivano tali operazioni, considerato che il premier ha lasciato tutte le cariche sociali nel 1993. Berlusconi avrebbe continuato a occuparsi delle società tramite prestanome. L’ipotesi accusatoria è suffragata dalle testimonianze di Carlo Bernasconi (capo della Silvio Berlusconi Communications), Oliver Novick (responsabile della Direzione Corporate Development) e Marina Camana (segretaria di Bernasconi che, secondo le rivelazioni dell’Espresso, ha raccontato proprio che le indicazioni per gli acquisti venivano da Arcore).

Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici della Mediatrade spa, cioè la società controllata dal Gruppo Berlusconi che ha preso il posto, a partire dal febbraio 1999, Mediaset e la Maltese Ims nell’acquisto dei diritti TV. La procura avrebbe scoperto massici trasferimenti di denaro della Wiltshire Trading (società intestata ad Agrama) a favore di conti svizzeri di personaggi Mediaset(denominati “Leonardo”, “Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Clock” e “Pache”). Questo nuovo filone nasce dalla testimonianza di un ex dirigente Paramount, Bruce Gordon, che definisce Agrama come “agente di Berlusconi” e “rappresentante Fininvest“. Farouk Mohamed Agrama, detto Frank, è considerato l’interfaccia di Lorenzano (ex capoacquisti di Mediaset) negli USA.

Secondo la procura l’accumulazione dei fondi neri sarebbe continuata anche oltre il 1999, fino al 2002 cioè quando Berlusconi era già Presidente del consiglio. Berlusconi e Mills sono accusati di corruzione in atti giudiziari. Si legge nell’atto notificato il 16 febbraio 2006:

“Deponendo Mills in qualità di testimone nei processi ‘Arces + altri’ e ‘All Iberian’, accettava la promessa e successivamente riceveva da Carlo Bernasconi (manager Fininvest, morto nel 2001, ndr), a seguito di disposizione di Silvio Berlusconi, la somma di 600mila dollari, investita dallo stesso Mills in unità del fondo Giano Capital e l’anno successivo reinvestita nel Torrey Global Offshore Fund, per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio di testimone: come in effetti faceva affermando il falso e tacendo in tutto o in parte ciò che era a sua conoscenza in ordine al ruolo di Silvio Berlusconi nella struttura di società offshore creata dallo stesso Mills, struttura fuori bilancio utilizzata nel corso del tempo per attività illegali e operazioni riservate del gruppo Fininvest“.

Davanti ai giudici, in particolare, Mills “ometteva di dichiarare quanto a sua conoscenza in ordine alla proprietà e al controllo delle società offshore del Fininvest B group e di conseguenza non rivelava che delle stesse erano beneficiari Silvio Berlusconi, Carlo Bernasconi e Livio Gironi, e che il controllo sulle stesse era esercitato da fiduciari della famiglia Berlusconi”; inoltre “ometteva di riferire la circostanza del colloquio telefonico intercorso nella notte del 24 novembre 1995 con Silvio Berlusconi in ordine alla società All Iberian e al finanziamento da 10 miliardi di lire erogato tramite All Iberian a Bettino Craxi“.

Bugie ricompensate, secondo la Procura, con quei 600.000 dollari riciclati da Mills in fondi riservati.

Note e Approfondimenti

^ Silvio Berlusconi intervistato da Bruno Vespa nel libro La scossa (Bruno Vespa, 2001, Mondadori, ISBN).

^ Dichiarazioni del 21 luglio 1994, 5 aprile 1995, 16 gennaio 1996, 8 agosto 1998, 17 marzo 1999 riportate sul libro Le mille balle blu, pp. 73, 77-79, 87 (Peter Gomez e Marco Travaglio, 2006, Rizzoli, ISBN).

^ Fedele Confalonieri intervistato su la Repubblica del 25 giugno 2000, p.11: «La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel Lodo Mondadori».

^ Le mille balle blu, pp. 463-464 (Peter Gomez e Marco Travaglio, 2006, Rizzoli, ISBN).

^ ««Patrimonio ingente, Berlusconi non sapeva»»Corriere della Sera , 11-07-2000.

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/02/14/berlusconi-dal-giudice-per-un-interrogatorio-sull.html

^ Berlusconi, inchiesta sul signor TV di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino – Kaos Edizioni Milano, 1994 http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/inchieste/003campoli.htm

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/11/23/presidente-accusiamo.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/10/15/un-passo-indietro-obbligato.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/01/16/processo-berlusconi-ressa-di-tv.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/07/08/berlusconi-colpevole.html

^ http://www.repubblica.it/online/politica/macherio/finanza/finanza.html

^ http://www.repubblica.it/online/politica/macherio/assolto/assolto.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/07/13/berlusconi-craxi-alla-sbarra.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/01/30/proprieta-occultate-nei-paradisi-fiscali.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/11/22/anja-pieroni-riprese-vietate-ai-minori.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/06/18/all-iberian-diviso-il-processo.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/01/13/tv-nuove-accuse-alla-fininvest.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/07/14/craxi-berlusconi-condannati-insieme.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/10/27/all-iberian-prescrizione.html

^ La Corte non ha ritenuto di assolvere l’imputato nel merito in quanto «la prova della innocenza era incompleta ed erano necessari ulteriori attività istruttorie»; attività che non sono consentite in sede di giudizio di legittimità http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/12/20/berlusconi-innocente-meta.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/03/13/all-iberian-bocciato-il-pool.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/11/24/all-iberian-berlusconi-giudizio.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/02/10/all-iberian-tutto-da-rifare.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/11/13/rogatorie-siluro-alla-legge.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/20/all-iberian-anche-il-pm-dice-si.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/09/27/quel-reato-non-esiste-piu-all-iberian.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/09/27/all-iberian-berlusconi-si-salva.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/02/01/fondi-neri-indagati-berlusconi.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/05/29/processo-per-lentini.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/07/09/saltano-processi-di-tangentopoli.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/05/caso-lentini-reati-prescritti.html

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/03/12/falso-in-bilancio-depenalizzato-processo-lentini-verso.html

^ http://www.parlamento.it/leggi/01366l.htm

^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/05/caso-lentini-reati-prescritti.html

^ Codice di procedura penale, articolo 129 (Obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità), primo comma: In ogni stato e grado del processo, il giudice, il quale riconosce che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità, lo dichiara di ufficio con sentenza http://www.altalex.com/index.php?idnot=36747

^ Si veda anche questo articolo de La Repubblica ed inoltre l’articolo Mondadori, storia d’una sentenza comprata di Marco Travaglio.

^ Mafia, Fininvest:”Teoremi smentiti”, articolo di Tgcom del 27 luglio 2007.

^ Il caso Giuffrida: Perché Berlusconi non dice dove ha preso i capitali Fininvest?, articolo di Marco Travaglio, del 1º agosto 2007, che cita tra le altre cose la nota dell’ANSA degli avvocati difensori di Giuffrida e le dichiarazioni dei giudici e di Paolo Iovenitti.

18 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

Retequattro potrà tenersi le sue frequenze, il ricorso di Europa 7 viene respinto perchè «tardivo».

La mancata assegnazione di frequenze per Europa 7 vale 3,5 miliardi


DA:  sole24ore      3 giugno 2008


La richiesta di frequenze da parte di Europa 7 merita una nuova «risposta motivata» dal Governo, che dovrà tener conto anche della sentenza della Corte di Giustizia Ue sul caso. La giustizia amministrativa non può imporre all’esecutivo l’assegnazione di frequenze, ma solo pronunciarsi su un eventuale risarcimento danni: 2,169 miliardi in caso di attribuzione delle frequenze, 3,5 miliardi in caso contrario. La decisione arriverà dopo la risposta del Governo e l’udienza è prevista per il 16 dicembre, quando dovrebbe essere pervenuta anche la documentazione aggiuntiva chiesta al ministero e all’Agcom (entro il 15 ottobre).
Retequattro, comunque, potrà tenersi le sue frequenze: il ricorso di Europa 7 che puntava ad annullarne l’autorizzazione a trasmettere viene respinto perchè «tardivo».
La lettura dei testi delle sentenze con le quali il Consiglio di Stato si è espresso il 31 maggio sull’annosa vicenda di Europa 7 (l’emittente che nel 1999 vinse la gara per una concessione nazionale ma che non ha mai potuto trasmettere per mancanza di frequenze) conferma dunque le anticipazioni contenute nel comunicato stampa diffuso sabato scorso.

I giudici di Palazzo Spada giudicano «inammissibile» la richiesta di Europa 7 di condannare direttamente il ministero dello Sviluppo economico (che ha assorbito anche le competenze del dicastero delle Comunicazioni) a un «facere» specifico, cioè all’assegnazione della rete o delle frequenze. La «strada corretta» da seguire, spiegano, è la richiesta al ministero di «porre in essere ogni adempimento necessario all’attribuzione di frequenze e di reagire contro l’eventuale inerzia o diniego espresso». Un percorso già intrapreso da Europa 7 con una diffida e poi con l’impugnazione della nota con la quale, già nel 1999, il ministero rispose di no alla sua richiesta di frequenze. Nel 2004 il Tar accolse il ricorso dell’emittente: quella sentenza, contro la quale si è appellata Mediaset, viene confermata oggi dal Consiglio di Stato.
A questo punto il ministero, «unitamente all’Autorità», dovrà «rideterminarsi sull’istanza di Europa 7», «con piena applicazione della sentenza della Corte di Giustizia».
Interpellata dallo stesso Consiglio di Stato (che le ha chiesto un parere «con esclusivo riferimento alla domanda di risarcimento per equivalente»), la Corte di Strasburgo «ha ritenuto contrastante con il diritto comunitario una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori».
Il ministero dovrà chiarire, tra l’altro, come ha risposto all’attuale sentenza del Consiglio di Stato; quali frequenze si sono rese disponibili dal 2000 a oggi e quali modalità di assegnazione sono state adottate; qual è la situazione della concessione di Europa 7, che secondo l’amministrazione è scaduta nel 2005 (aspetto sul quale pende ancora un contenzioso di primo grado). Anche l’Autorità dovrà produrre una relazione su tali questioni, precisando i motivi per cui non ha adottato il piano frequenze, come prevedeva invece la concessione rilasciata a Europa 7. Infine, la stessa Europa 7 dovrà documentare l’attività svolta dal 1999 con i relativi bilanci, spiegando tra l’altro perchè non ha partecipato alla gara per l’assegnazione di frequenze bandita dall’ex ministro Paolo Gentiloni nel 2007.
Quanto al diritto di Retequattro a trasmettere, il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza con cui il Tar aveva bocciato il ricorso di Europa 7 che puntava all’annullamento dell’abilitazione concessa alla tv del gruppo Mediaset. Il motivo essenziale è rappresentato, spiega la sentenza, dalla «tardività» del ricorso di primo grado.

 

16 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , | Lascia un commento

Rete 4 rete pirata

Per lodo Retequattro si intende l’insieme delle sentenze espresse e leggi emanate riguardanti l’emittente italiana Retequattro, tutte non rispettate, per le quali il canale avrebbe dovuto lasciare libere le frequenze analogiche ad altre emittenti, mentre avrebbe potuto trasmettere liberamente in tutte le altre forme.

Dubbi di legittimità

Alla fine degli anni ’80 alcuni pretori tentarono di “spegnere” il segnale di alcune emittenti fra cui Rete4 sollevando dubbi sulla costituzionalità dell’embrionale legislazione che regolamentava in modo non organico l’emittenza televisiva in Italia. La Corte Costituzionale con sentenza del 1988 rigettò le eccezioni di incostituzionalità sollevate dalle preture, consentendo a Rete4 di continuare a trasmettere. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte ricordò tuttavia l’illegittimità della concentrazione dei mezzi d’informazione e sollecitò il legislatore a produrre un adeguato quadro normativo per l’emittenza radiotelevisiva.[1].

L’articolo 15, comma quarto, della Legge 6 agosto 1990 n. 223[2] vieta a un privato di controllare più del “25 per cento del numero di reti nazionali previste” e comunque non più di tre reti radiotelevisive, e soprattutto lo vieta a un editore di testate giornalistiche.
Dal momento dell’acquisto da parte di Fininvest della Mondadori e di Rete 4 si continua a discutere della legittimità per Retequattro di trasmettere, e di farlo per via analogica.


Una successiva sentenza della Corte Costituzionale dell’anno 1994 stabilì che proprio questo comma della Legge 6 agosto 1990 n. 223 era incostituzionale (per violazione dell’articolo 21 della Costituzione) e sollecitò il legislatore al fine di trovare una soluzione definitiva entro e non oltre l’agosto 1996, rispettando l’auspicio di aumentare il pluralismo informativo[3]. Secondo la sentenza, la legge del 1990 non risolveva i problemi di concentrazione evidenziati dalla precedente sentenza del 1988, in quanto le 3 reti possibili, su un massimo di 12, di cui 9 date in concessione ai privati, avrebbero continuato a permettere ad un unico soggetto (la cui situazione era già stata definita incostituzionale precedentemente) di controllare un terzo delle reti, ma anzi li aggravava, perché, in una situazione in cui vi è già una “posizione dominante”, fissando a 9 le reti usabili dai privati, rispetto all’assenza di limiti precedenti alla legge, si tiene “fuori dalla categoria dei soggetti privati concessionari […] ogni ulteriore emittente nazionale non utilmente collocata in graduatoria“, impedendo quindi l’accesso a possibili nuovi concorrenti che porterebbero un maggiore pluralismo.

L’inadeguatezza del limite alle concentrazioni emerge poi anche dal raffronto non soltanto con la normativa degli altri paesi, e soprattutto con quelli della Comunità europea (che hanno in larga prevalenza una disciplina più rigorosa e restrittiva), ma anche con la parallela disciplina nazionale dell’editoria. L’art. 3, lett. a), legge 25 febbraio 1985 n.67 considera come posizione dominante quella di chi editi (o controlli società che editino) testate quotidiane la cui tiratura nell’anno solare precedente abbia superato il 20% della tiratura complessiva dei giornali quotidiani in Italia; limite questo che si giustifica – al pari del limite dell’art.15, comma 4, per le emittenti televisive – con l’esigenza di salvaguardare il pluralismo delle voci. Però con questa rilevante differenza: che nel settore della stampa non c’è alcuna barriera all’accesso, mentre nel settore televisivo la non illimitatezza delle frequenze, insieme alla considerazione della particolare forza penetrativa di tale specifico strumento di comunicazione (sent. 148/81, paragr. 2 e amplius paragr. 3; già sent. 225/74, paragr. 4, e poi sent. 826/88, paragr. 9 e 16), impone il ricorso al regime concessorio.

Ed allora il grado di concentrazione consentito non può che essere inferiore in quest’ultimo settore per la ragione che l’esigenza di prevenire l’insorgere di posizioni dominanti si coniuga con l’inevitabile contenimento del numero delle concessioni assentibili. Ed invece – se si considera che dalla particolare disciplina posta dall’art. 1, comma 1, per l’ipotesi di titolarità di concessioni televisive in ambito nazionale e contestualmente di controllo di imprese editrici di quotidiani si deduce che la titolarità di una concessione è equiparata (nella valutazione discrezionale del legislatore) al controllo di imprese editrici di quotidiani con una tiratura pari all’8% della tiratura complessiva dei giornali in Italia – emerge che il limite del 25%, in principio, e del numero massimo di tre reti, allo stato, di cui all’art. 15, comma 4, cit. appare meno rigoroso del limite del 20% di cui all’art. 3, comma 1, cit.. Ciò da una parte ne svela l’incoerenza e quindi la irragionevolezza (art. 3 Cost.), d’altra parte ne conferma ulteriormente la inidoneità; questa peraltro aggravata dal rischio di ulteriore accentuazione della posizione dominante in ragione della possibilità per il titolare di tre emittenti nazionali di partecipare, sia pur come socio di minoranza, a imprese titolari di altre concessioni e ad imprese impegnate in altri settori dell’editoria.

[…]

Si impone quindi – per le ragioni finora esposte (e rimanendo assorbita la verifica degli altri parametri invocati dal giudice rimettente) – la dichiarazione di incostituzionalità del quarto comma dell’art. 15 cit. nella parte relativa alla radiodiffusione televisiva.

Con la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 15, comma 4, il valore del pluralismo, espresso dall’art. 21 Cost., si specifica già, come regola di immediata applicazione, nel divieto – in rapporto all’attuale assetto complessivo del settore televisivo – di titolarità di tre concessioni di reti nazionali su nove assentibili a privati (o dodici in totale) ovvero di titolarità del 25% del numero complessivo delle reti previste, mentre rimane nella discrezionalità del legislatore disegnare la nuova disciplina positiva di tale limite per colmarne la sopravvenuta mancanza.

Limite che dovrà essere rispettoso della regola suddetta e dell’esigenza costituzionale, ad essa sottesa, di necessaria tutela del pluralismo delle voci sicché, qualunque sia la combinazione dei parametri adottati, non sarà, allo stato, in alcun caso possibile che la risultante finale sia tale da consentire che un quarto di tutte le reti nazionali (o un terzo di tutte le reti private in ambito nazionale) sia concentrata in un unico soggetto. Ferma, quindi, la esclusione di un limite percentuale pari ad un quarto delle reti complessivamente disponibili, di per sè atto a consentire la ripartizione della emittenza privata fra una rosa ristrettissima di forti concentrazioni oligopolistiche, spetterà al legislatore – che sollecitamente dovrà intervenire – emanare una nuova disciplina della materia con forme a Costituzione, individuando i nuovi indici di concentrazione consentita e scegliendo tra le ipotesi normative possibili (come, ad esempio, riducendo il limite numerico delle reti concedibili ad uno stesso soggetto ovvero ampliando, ove l’evoluzione tecnicologica lo renda possibile, il numero delle reti complessivamente assentibili).

Peraltro, come già si è osservato, la dichiarazione di incostituzionalità non determina un vuoto di disciplina, vuoto che significherebbe un arretramento verso la mancanza di alcun limite alla titolarità di plurime concessioni. Rimane infatti pienamente efficace il decreto legge 323/93, e quindi resta ferma nel periodo di transizione – e limitatamente a tale periodo – la provvisoria legittimazione dei concessionari già assentiti con d.m. 13 agosto 1992 a proseguire nell’attività di trasmissione con gli impianti censiti. »

(sentenza della Corte Costituzionale n. 420, anno 1994)

Ma nel 1995 l’esito di un referendum popolare mantenne la situazione inalterata.

Nel 1997 la Legge 31 luglio 1997, n. 249[4] stabiliva che le “reti eccedenti“, ovvero Rete 4 e Tele+nero, potessero continuare a trasmettere anche dopo il limite dell’Aprile 1998, a patto che affiancassero alle trasmissioni analogiche quelle digitali (intese allora come cavo e satellite), per permettere un passaggio graduale a queste ultime. Le emittenti avrebbero poi dovuto rilasciare le frequenze analogiche entro un termine stabilito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La legge prevedeva anche che si determinassero e riassegnassero le concessioni per le frequenze che permettevano la copertura analogica di tutta la nazione.

Nel luglio 1999, l’imprenditore Francesco Di Stefano, dopo aver messo da parte i soldi derivati dalla precedente attività di syndication (12 miliardi di lire), decide di partecipare ad una gara pubblica per l’assegnazione delle frequenze televisive nazionali (in totale 11: 3 per la RAI e 8 per i gruppi privati)[5] con richiesta di 2 reti televisive: Europa 7 e 7 plus. Riesce a vincere una concessione per Europa 7, al posto di Rete 4, il quale perde così il diritto di trasmettere. La commissione ministeriale della gara nega la richiesta per 7 plus, ma Francesco di Stefano fa ricorso al Consiglio di Stato, il quale ordina al ministero di dare anche una seconda concessione. Al contrario dei vincitori di concessione che già trasmettevano (come la Rai o Canale 5 e Italia 1), e che in base alle norme potevano continuare ad impiegare le loro attuali frequenze e considerare quelle come assegnate dalla concessione, Europa 7 è un soggetto nuovo, e quindi deve attendere il piano di assegnazione delle frequenze per poter iniziare le trasmissioni sulle bande che gli verranno assegnate dal piano stesso. Il ministero stesso, in una nota del 22 dicembre 1999, si impegnava con Centro Europa 7 perché in breve tempo si arrivasse “di concerto con l’Autorità, alla definizione del programma di adeguamento al piano d’assegnazione delle frequenze

In ogni caso, fino ad oggi (maggio 2008), Europa 7 non è riuscita ancora a trasmettere: il ministero, contravvenendo al risultato della gara pubblica, non concesse le frequenze, e con un’autorizzazione ministeriale del 1999 (non prevista da nessuna legge) permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche a Rete 4, che in base alla gara pubblica non ne aveva diritto. Così comincia da parte della società Europa 7 una serie di ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale.

Nel novembre 2002, interviene la Corte Costituzionale, a cui viene chiesto di valutare la costituzionalità degli articoli art. 3, comma 6 e 7, della legge 31 luglio 1997, n. 249[4], che permettono a chi ha un numero di reti superiore alle due massime previste di prorogare le trasmissioni in analogico, a patto che a queste si inizino ad affiancare le trasmissioni in digitale, fino ad un termine che doveva essere deciso dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La corte con la sentenza 466/2002 [6], conferma, come già affermato nel 1994 [7], che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive e le reti eccedenti (in questo caso Rete 4 e Tele+nero), devono cessare la trasmissione in via analogica terrestre. La Corte specifica anche che un accentramento di reti è anche ben più grave che nel 1994, essendoci state allora 12 frequenze nazionali disponibili in chiaro, mentre nel 2002 (quando viene emessa la sentenza) ve ne sono solo 11 disponibili, alcune delle quali peraltro assegnate a emittenti che trasmettono in forma criptata. La Corte, tuttavia ritiene non incostituzionale l’art 3 comma 6 (che ammette le proroghe), ma incostituzionale l’art. 3 comma 7 (per cui la fissazione della proroga al poter usare le frequenze terresti prima del trasferimento obbligatorio alle trasmissioni digitali non era fissato dalla legge e la sua decisione era demandata all’Autorità per le Comunicazioni) e fissa un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003 per il passaggio esclusivo al satellite e/o al cavo (basandosi su una valutazione dell’AGCOM che riteneva quella data sufficiente per trasferire tutte le trasmissioni di Rete4 e Tele+nero su mezzi digitali), senza ovviamente entrare nello specifico del caso della ricorrente Europa 7 (che aveva chiesto di considerare incostituzionali entrambi i commi, in quanto “l’attuale normativa di settore“, ovvero le proroghe per le reti eccedenti regolate dai due commi, “le impedirebbe di utilizzare concretamente le frequenze che le sono state assegnate nella fase di pianificazione“), che per le precedenti decisioni (il DM del luglio 1999) rimaneva comunque l’assegnataria delle frequenze che così si fossero liberate.
La Corte era chiamata ad esprimersi sulla supposta incostituzionalità dei due articoli che permettevano la prosecuzione delle trasmissioni alle “reti eccedenti”, non sulla correttezza della vecchia gara di assegnazione delle concessioni nazionali, infatti specifica che:

Nel contempo, il collegio rimettente precisa che l’obiettivo della sottoposizione delle questioni all’esame della Corte è quello di impedire la continuazione in modo indefinito — attraverso “una facoltà non delimitata nel tempo” — dell’assetto giudicato incostituzionale dalla sentenza n. 420 del 1994, con conseguenze sulla disponibilità delle frequenze, sul pluralismo informativo e, quindi, sulla legittimità delle impugnate concessioni ed autorizzazioni, nonché delle relative clausole.
La descritta situazione di fatto non garantisce, pertanto, l’attuazione del principio del pluralismo informativo esterno, che rappresenta uno degli “imperativi” ineludibili emergenti dalla giurisprudenza costituzionale in materia. Questa Corte ha, infatti, costantemente affermato la necessità di assicurare l’accesso al sistema radiotelevisivo del “massimo numero possibile di voci diverse” (sentenza n. 112 del 1993), ed ha sottolineato l’insufficienza del mero concorso fra un polo pubblico e un polo privato ai fini del rispetto delle evidenziate esigenze costituzionali connesse all’informazione (sentenze n. 826 del 1988 e n. 155 del 2002).

L’obiettivo di garantire, tra l’altro, il pluralismo dei mezzi di informazione è stato sottolineato, in una prospettiva più ampia, anche a livello comunitario in recenti direttive: direttiva 2002/19/CE, relativa all’accesso alle reti di comunicazione elettronica, alle risorse correlate e all’interconnessione delle medesime (direttiva di accesso); direttiva 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva autorizzazioni); direttiva 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva quadro); direttiva 2002/22/CE, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (direttiva servizio universale).

In questo quadro la protrazione della situazione (peraltro aggravata) già ritenuta illegittima dalla sentenza n. 420 del 1994 ed il mantenimento delle reti considerate ancora “eccedenti” dal legislatore del 1997 esigono, ai fini della compatibilità con i principi costituzionali, che sia previsto un termine finale assolutamente certo, definitivo e dunque non eludibile. »

(dalla sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale)

Nell’estate del 2003, il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano e l’introduzione della trasmissione digitale terrestre. La legge (nota come legge Gasparri) verrà approvata dal Parlamento il dicembre 2003, la quale permette a Rete 4 di continuare a trasmettere in via analogica terrestre in contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale.

Successivamente, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ritenendola incostituzionale, rifiuta di firmare la legge e la rinvia alle camere. Così, per poter garantire a Rete 4 di continuare a trasmettere via etere, il 24 dicembre 2003 il governo Berlusconi vara un decreto legge (noto come decreto “salva Rete 4“). La legge Gasparri si approva definitivamente nell’aprile 2004, anch’essa senza prendere in considerazione la sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale.

Interventi politici sul lodo

A seguito del referendum, tale sollecitazione fu ignorata dal Governo Prodi, in carica tra il maggio 1996 e l’ottobre 1998.

Caduto il governo Prodi, D’Alema decise di risolvere la questione e indisse una gara per l’assegnazione delle concessioni delle reti nazionali.

Nel luglio 1999 si svolse la gara, per partecipare alla quale si richiedevano requisiti importanti. Sembrò quindi che nessuno potesse essere in grado di vedersi concesse le frequenze, invece l’imprenditore Francesco di Stefano riuscì a vincere una concessione per Europa 7, la quale tuttavia non è tuttora riuscita ad ottenerne l’assegnazione effettiva, mentre Retequattro avrebbe dovuto cessare le trasmissioni analogiche, per continuare a trasmettere solo via satellite o via cavo. Di Stefano per far valere i propri diritti ricorse ad ingiunzioni, diffide, cause penali, civili, regionali, alla Commissione Europea e alla Corte di Giustizia Europea, vincendo tutti i ricorsi, tutti gli appelli e vedendosi confutare tutte le perizie. La Corte Costituzionale nel novembre 2002 stabilì[8] inequivocabilmente che Retequattro, dal 1 gennaio 2004 sarebbe dovuta emigrare sul satellite o sul cavo. Ma tutto questo è ancora al di là da venire e al momento lo stesso Di Stefano si trova impegnato in una causa contro il sistema televisivo italiano presso il tribunale europeo, la cui sentenza, inizialmente prevista per maggio 2007, ha subito svariati rinvii.

La legge Gasparri

Nel frattempo grazie a varie proroghe governative fatte nelle passate legislature, con maggioranze sia di destra che di sinistra, Retequattro ha continuato a trasmettere, finché una legge (denominata Legge Gasparri) di riordino del Sistema Radiotelevisivo Italiano, realizzata sotto il Governo Berlusconi nel 2003, permise all’emittente di continuare a trasmettere legittimamente per via analogica.

Le critiche alla proposta di legge giunsero dai partiti di opposizione, supportati dalla FNSI, e si concentrarono particolarmente sul cosiddetto sistema SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni). A questo proposito le opposizioni sostennero, durante il dibattito parlamentare, che la proposta di legge, pur lasciando immutati i limiti antitrust, li rendeva, di fatto, inefficaci, allargando l’insieme su cui calcolarli. La percentuale del 20% non sarebbe infatti più stata calcolata sulle singole risorse, come i canali televisivi, ma su tutto l’insieme delle risorse di comunicazioni, televisive, radiofoniche ma anche giornalistiche e cartellonistiche.

A seguito del rinvio alle camere il governo in carica varò, nel dicembre del 2003, un decreto legge, definito dagli ambienti del centrosinistra «Salva Retequattro», con cui veniva anticipata la parte della legge Gasparri riguardo al digitale terrestre, indicando una moratoria di quattro mesi dopo la quale sarebbe stata verificata l’effettiva diffusione dei canali digitali.

Tale decreto permise al gruppo Mediaset di continuare le trasmissioni in chiaro di Retequattro, dopo che varie sentenze della Corte costituzionale avevano stabilito che la rete avrebbe dovuto cedere le sue frequenze analogiche a partire dal primo gennaio 2004 (ma poteva trasmettere solo via satellite o via cavo), mentre dalla stessa data Raitre non avrebbe potuto trasmettere pubblicità (come conseguenza della legge Maccanico). In entrambi i casi il motivo era legato al superamento del tetto del numero di canali nazionali disponibili: la Corte Costituzionale aveva infatti argomentato che fossero 12. Inoltre la stessa Corte aveva ravvisato in tale situazione, nel 1994, una violazione dell’articolo 21 della Costituzione.

Sviluppi recenti

La situazione della tv via etere italiana si può prestare a diverse interpretazioni.

RAI e Mediaset hanno, congiuntamente più del 80% degli ascolti televisivi (seppur in lieve calo negli ultimi anni a causa del diffondersi della TV satellitare) e, parallelamente, raccolgono (dati relativi al 2006) il 83,9% della pubblicità (di cui il 29,0% alla Rai e il 54,9% a Mediaset), seguiti da Telecom e Sky entrambi con il 3,3%. Per quello che riguarda le offerte televisive a pagamento è Sky a detenere da sola il 91,4% degli introiti, contro il 3,8% di Mediaset e il 4,8% di tutti gli altri operatori.[9]

La relazione annuale dell’AGCOM[9] dà un’indicazione del fatturato annuale di ciascun operatore televisivo, dalla relazione si scopre che vi sono 4 operatori principali: Rai, RTI (Mediaset), Sky e Telecom Italia Media. Siamo quindi di fronte, stando solo ai ricavi di questi soggetti, ad un oligopolio, in cui ciascuno trae la propria fonte di reddito da fonti diverse: la Rai da abbonamenti tv e pubblicità; RTI, Sky e Telecom Italia Media da pubblicità e pay tv.

Operatore televisivo

Ricavi in mln di euro

Rai

2650

RTI (Mediaset)

2286

Sky

2190

Telecom Italia Media

162

Altri

491

Nel 2005 il Consiglio di Stato pose alla Corte di Giustizia Europea 10 questioni, tra cui una (indirettamente) su Retequattro[10].

La sentenza della corte, inizialmente prevista per il maggio 2007, è stata più volte rimandata[11]; il 12 settembre 2007 le conclusioni dell’avvocatura della Corte evidenziavano che:

L’art. 49 CE richiede che l’assegnazione di un numero limitato di concessioni per la radiodiffusione televisiva in ambito nazionale a favore di operatori privati si svolga in conformità a procedure di selezione trasparenti e non discriminatorie e che, inoltre, sia data piena attuazione al loro esito.
I giudici nazionali devono esaminare attentamente le ragioni addotte da uno Stato membro per ritardare l’assegnazione di frequenze ad un operatore che così ha ottenuto diritti di radiodiffusione televisiva in ambito nazionale e, se necessario, ordinare rimedi appropriati per garantire che tali diritti non rimangano illusori»

(Causa C-380/05, conclusioni dell’avvocato generale Poiares Maduro [12])

Il 31 gennaio 2008 la Corte ha emesso la sentenza su tale ricorso:

L’art. 49 CE e, a decorrere dal momento della loro applicabilità, l’art. 9, n. 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «quadro»), gli artt. 5, nn. 1 e 2, secondo comma, e 7, n. 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «autorizzazioni»), nonché l’art. 4 della direttiva della Commissione 16 settembre 2002, 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, devono essere interpretati nel senso che essi ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. »

Il 31 maggio 2008 il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da Europa 7 contro il Ministero delle Comunicazioni e R.T.I. (Mediaset) in cui si chiedeva la sospensione dell’autorizzazione a trasmettere per Rete 4, poiché «tardivo». Inoltre, è stato dichiarato inammissibile il ricorso di Europa 7 che chiedeva l’assegnazione delle frequenze, in quanto il Consiglio di Stato non può sostituirsi all’esecutivo. In questo senso, la Suprema magistratura amministrativa ha respinto anche un ricorso di Mediaset che chiedeva l’annullamento della sentenza del TAR del Lazio del 2004, chiedendo quindi al Ministero dello Sviluppo Economico di pronunciarsi nuovamente sulla richiesta di frequenze di Europa 7, richiedendo, in particolare, una nuova «risposta motivata» dal Governo, formulata in base alla sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europea del 31 gennaio. Il Consiglio di Stato quindi consente per il momento a Rete 4 di continuare a trasmettere fino a quando non avverrà l’assegnazione delle frequenze (ma non si tratta di una legittimazione piena vista la parentesi di dicembre).[13]

Il 16 dicembre 2008 il Collegio si riserverà di decidere in via definitiva sul ricorso con cui Europa 7 chiede il risarcimento del danno. La richiesta economica dell’emittente è pari a 2,169 miliardi se le frequenze saranno attribuite o 3,5 miliardi nel caso opposto. Entro tale data[13]:

Europa 7 dovrà:

descrivere la propria attività dal 1999 a oggi;

chiarire perché non ha partecipato alla gara indetta nel 2007 per l’assegnazione delle frequenze;

il ministero dovrà:

dare una risposta alla sentenza del 31 maggio;

dichiarare quali frequenze sono state rese disponibili dopo la gara del 1999 e come sono state assegnate;

chiarire la situazione di Europa 7, la cui concessione mai goduta, secondo l’esecutivo, è scaduta nel 2005 (su questo aspetto, è in atto un contenzioso legale in primo grado);

l’Autorità garante per le comunicazioni dovrà spiegare perché il piano frequenze non è stato adottato, come previsto dalla concessione vinta da Europa 7.

Il 27 giugno 2008, l’Unione Europea pone nuovamente alcune domande sull’assetto tv in Italia, alcune di queste riguardano Retequattro.

Il 16 ottobre 2008, il governo annuncia di aver trovato la soluzione per Europa 7: l’assegnazione delle frequenze avverrebbe riorganizzando lo spettro VHF III, togliendo frequenze ridondanti a Raiuno.

16 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | , , , | Lascia un commento

BERLUSCONI TEME LE INTERCETTAZIONI

BERLUSCONI PER LA SICUREZZA

DELINQUERE NON E’ REATO

 

 

 

I delinquenti di tutt’ Italia avranno vita facile d’ ora in poi

Questo l’ effetto del Disegno di Legge promosso dal Presidente del Consiglio all’ inizio della sua nuova legislatura, infatti il 13/06/2008 si è tenuto il Consiglio dei Ministri avente come oggetto disegno di legge concernente norme in materia di intercettazioni telefoniche telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice degli atti di indagine e integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Quali le ragioni di tanta fretta?   Presto detto il 06/06/2008 l’ Avvocato del premier a sua volta onorevole di Forza Italia l’ avvocato Ghedini, discute col Gip di Napoli l’ invio alla Camera delle intercettazioni telefoniche tra Silvio Berlusconi e Sacca’, ma anche di quelle sul telefono di alcune ragazze protette dal Cavaliere. Che cosa abbiano detto le fanciulle non si sa. Ma è un fatto che, 2 giorni dopo la Missione Napoletana dell’ onorevole Avvocato, Berlusconi annuncia all’ assemblea dei giovani industriali la Legge anti intercettazioni e 5 giorni dopo, l’ 11 giugno tenta adirittura il colpo del Decreto,  che bloccato dal Colle viene ridimensionato con la formula del disegno di legge.

Di seguito alcuni dei reati che risulteranno di difficile persecuzione:

associazione a delinquere; sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione; sequestro di persona (se non a scopo di estorsione, cioè non mira a riscatto); truffa (anche ai danni dello stato e dell’ Unione Europea); violenza sessuale (anche ai danni di handicappati o di figli minorenni); violenza in famiglia; diffusione di materiale pedopornografico; corruzione di minorenne; ricettazione; rapina; estorsione; furto in appartamento; spaccio di droga, falsa testimonianza; falso in atto pubblico; accesso abusivo a sistema informatico; rivelazioni di segreti d’ ufficio malversazione ai danni dello Stato; reati economici, finanziari societari e tributari  (come l’ abuso di informazioni privilegiate, la bancarotta anche fraudolenta non aggravata, l’ ostacolo alle autorità di vigilanza, le frodi fiscali, le false relazioni, della società di revisione, l’ abusivismo in intermediazioni,finanziarie, di falso in prospetto per le quotazioni in Borsa, e ovviamente il falso in bilancio).

 

Questo i provvedimenti del GOVERNO a salvaguardia dei cittadini deboli alla faccia dei Decreti sulla sicurezza di Lega e Alleanza Nazionale promessi in campagna elettorale ma di difficile attuazione.

Il testo sopracitato è tratto dal libro di Marco Travaglio “IL BAVAGLIO”.

 

Alberto Monetti

14 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, POLITICA NAZIONALE | Lascia un commento

ADDIZIONALI COMUNALI IRPEF …CHE FREGATURA

DEO GRATIAS,

NON SI PAGA PIU’ L’ICI

Stra, n. 1 della Riviera del Brenta

Ebbene sì, dopo 16 anni,  il sogno diventa realtà e l’ICI sulla prima casa e gli immobili assimilati  non si paga più, eppure qualcosa di STRA-NO accade tra le mura del Palazzo Comunale.

Infatti, da dove reperiscono i soldi i Comuni se non si paga più l’ICI?

E’ presto detto: i Comuni verranno  comunque finanziati direttamente dallo  Stato (in parte con decreto legge di luglio 2008 e in parte, con l’esenzione parziale precedentemente stabilita dal governo Prodi nella Finanziaria del 2008, che riguardava il 40% delle abitazioni principali), ma, in genere,  per avere ulteriori finanziamenti, si divertono a dire che sono senza fondi con la conseguenza di dover salassare il cittadino in altro modo e con altri mezzi (lo vediamo proprio questi giorni…….A Voi la scelta!!!!)

E l’IRPEF? Eh già!!! l’anno scorso  nessuno dei nostri Amministratori, Consiglieri votati e operanti dentro al Palazzo Comunale, si è ricordato di informarci dell’aumento del prelievo direttamente dalle nostre buste paga, e dalle nostre aziende (ma noi lo abbiamo visto, vero?) Proprio così, l’Addizionale Comunale IRPEF del Comune di Stra, è passata dallo 0,5 del 2006 allo 0,8 del 2007 risultando così AL PRIMO POSTO ASSOLUTO NELLA CLASSIFICA  DEI COMUNI DELLA RIVIERA DEL BRENTA SUPERANDO ADDIRITTURA LO 0.7 DI DOLO. Per informativa Vi diamo qui di seguito alcuni dati interessanti sull’Addizionale Comunale IRPEF per Comune:

ANNO      STRA      FIESSO    DOLO     MIRA

 

2007        0.8           0.4           0.7         0.4

 

2006        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2005        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2004        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2003        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2002        0.5           0.4           0.5        0.4

 

2001        0.5           0.4           0.5        0.4

fonte:  dipartimento delle finanze – politiche fiscali – fiscalità comunali – irpef. 

Per fortuna che il provvedimento di luglio 2008 sospende poi il potere di Regioni ed Enti Locali di deliberare aumenti delle addizionali locali sui tributi. Esclusi dal blocco le Regioni con i conti sanitari in rosso (???) per le quali è previsto un aumento automatico delle addizionali già dalla Finanziaria 2007.

Ma ora colpo di scena!!!!!!

Il Capo della Lega Nord, UMBERTO BOSSI, colto da furor di popolo a Ponte di Legno, in ritiro ferragostano, annuncia: “IO L’ICI LA RIMETTO”!!!! (gazzettino del 17/8)…”.è la tassa più federalista che ci sia”……

A POSTO SIAMO!!!!!! Dopo le bacchettate del Partito Delle Libertà, si è ravveduto ed ha cambiato strada dicendo che non tornerà l’Ici sulla prima casa, ma saranno accorpate le attuali tasse in una sola imposta, a favore dei Comuni….SIAMO SICURI CHE SARA’ COSI’? Possiamo fidarci???

 

Piccola Nota:

Alla faccia dell’ICI e di tutte le tasse sulla casa, l’unico a cui ciò nulla turba, è proprio Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha fatto del suo ultimo acquisto la sua 15°esima residenza: Villa Campari di Lesa sul Lago Maggiore, una splendida villa in stile liberty già appartenuta ai produttori dell’aperitivo e costruita dal patriota e politico Cesare Correnti nell’800. E per fortuna che si era da poco lamentato che non riusciva a visitarle tutte per il suo troppo lavoro!!!!!(CI DISPIACE MOLTO!!!!!).

 

MONETTI ALBERTO –  IDV STRA


12 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti, STRA | , , , | Lascia un commento

Hello world!

Salve a tutti ….

Sono Alberto Monetti e questo è e sarà il mio sito, la Bacheca mondiale dove appenderò tutto cio che mi fa accapponare la pelle… o… che mi farà girare le palle…

cari ospiti, visitatori, amici…

vi avverto.. qui non ne risparmierò una..

12 dicembre 2008 Posted by | Alberto Monetti | , , , , | Lascia un commento